appunti #3

All’inizio, quando la vedi nel locale, sembra perfettamente a suo agio. Parla, sorride, si alza dalla sedia per andare a salutare qualcuno che è entrato – magari inciampa, ma lì inciampano tutti, non ci fai nemmeno caso, non fai caso all’emozione che le passa veloce negli occhi nel momento in cui sente di stare perdendo l’equilibrio, così come non hai fatto caso a quella che le è passata veloce negli occhi nel momento in cui si alzata sistemandosi la gonna, così come non hai fatto caso a tante altre cose perché pensi che tutti siano come te, che tutti quelli che sono lì siano in qualche modo tranquilli, non pensino agli sguardi come il tuo che si sta posando su di loro a uno a uno così come il loro sguardo continua a girare alla ricerca di un punto sul quale non appoggiarsi o appoggiarsi per una notte, all’uscita dal locale.
È vestita strana ma non ci fai caso, tutti sono vestiti strani, in un certo senso, non siete più in quell’età in cui c’è una divisa da indossare per farsi riconoscere dagli altri o forse la vostra divisa è proprio quella, essere tutti un po’ diversi un po’ uguali, assomigliare molto al modo in cui siete nella vita di tutti i giorni ma tirato a lucido.
Stai bevendo una birra. Anche lei sta bevendo una birra. Tutti stanno bevendo qualcosa, nessuno è brillo, tutti sono brillanti.
Quello che non sai – e non lo sai perché saperlo implicherebbe riconoscere in te le stesse sensazioni – è che lei non è perfettamente a suo agio come ti è sembrata all’inizio. Lei prova quello che provate tutti ma in modo più intenso, come se fosse concentrato in un unico punto che la trafigge così che lo sente quando gli occhi estranei o conosciuti le sono di fronte e lo sente quando gli occhi estranei o conosciuti le scrutano la schiena.
Sente la consapevolezza dello spazio che occupa, del modo in cui ogni suo movimento – sollevare il bicchiere, allungare una mano, alzare un poco il mento nella risata – va a cambiare la densità dell’aria riflettendosi sui movimenti altrui, come se tutti foste in gelatina. Sente i giudizi silenziosi che passano dietro ogni fronte compresa la sua, avverte il piccolo tradimento nascosto in ogni cenno amichevole – ha individuato fin dall’inizio chi ha speranze e chi non ne ha.
Siete tutti stretti e tollerate non-distanze che, nella vita di ogni giorno, quella alla luce del sole, non sapreste tollerare; nelle vostre risate si sente in sottofondo una musica lontana, di nave che affonda, il ticchettio degli orologi che non portate al polso da almeno dieci anni.
Quando le vedi la paura negli occhi lei lo sa, e inforca rapidamente gli occhiali per schermarla. Quello che non sa è che anche tu adesso hai paura, e gli occhiali li hai lasciati a casa e questo momento non è la tua, la sua, la vostra rivincita su quegli anni in cui il disagio lo potevate scrivere sugli zaini, sui muri, potevate confessarlo, mostrarlo, ostentarlo: questo momento è come tutti gli altri momenti, solo sepolto nelle luci soffuse, nel tintinnare di bicchieri, nel vociare indistinto, nei colori scuri che, tutti, indossate.

appunti #1

appunti #2

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2 thoughts on “appunti #3

  1. Bellissimi gli ultimi due paragrafi: è una specie di danza silenziosa di morte, una sensazione della fine che incede (non so perché, ma mi ricorda le illustrazioni di Battaglia).
    E buona la preparazione; forse troppe parole sugli sguardi e sulle vesti (“essere tutti un po’ diversi un po’ uguali”, uhm).

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