And the ifs we lost for nothing [*]

Se fosse un racconto, un racconto che forse un giorno scriverò, inizierebbe così:

La prima volta era successo così, racconta lei: aveva visto certe parole sul foglio come brillare, aveva notato, portandosi il foglio al naso in diverse angolazioni, che erano un poco rilevate, come se fossero sul punto di staccarsi. Cercando di sollevarle con le dita si sfaldavano, meglio era aiutarsi con una pinzetta e muoversi con lentezza, trattenendo il tremito del polso; allora ci si ritrovava con qualcosa tra le mani – quella volta, la prima, era stata una palla, poi un cane, un cucciolo festoso con un fiocco annodato intorno al collo.

Ma non è un racconto, è il modo in cui scrivo, e ogni parola diventa vera, anche quando non lo è. Succede come succedono le valanghe: ho in testa un sassolino, e nel percorso che fa tra la mia testa e le mie dita gli si avvolgono intorno tutte le emozioni che ho provato e quelle che non ho provato ma avrei potuto provare, ci si infilano in mezzo tutte le persone che ho incontrato e quelle che avrei potuto incontrare, e a ogni giro che il sassolino – sempre più grande – fa su se stesso mi chiedo: come mi sentirei se? E nel momento in cui me lo chiedo mi sento davvero, davvero, davvero, finché non mi spiaccico sulla pagina e ogni cosa, anche la più improbabile, sembra la mia vita.
Non mento mai ma neppure sono mai sincera se non nel momento in cui sento – quando inizio a sentire – mi esaurisco nel momento in cui il sentire finisce.
Come quando sta per spuntarti un foruncolo sul mento, e sai che non dovresti toccarlo, che se non lo toccasi forse guarirebbe da solo senza nemmeno spuntare e invece ti metti davanti allo specchio, lo incidi con le unghie, cerchi di spremerne il niente  che ne verrà fuori perché ancora non è infetto – è solo un arrossamento della pelle con un prurito dietro – e ti ritrovi con qualcosa di grande, di enorme, qualcosa sulla faccia che non puoi più coprire in nessun modo: quando scrivo succede così, la mancanza inizia a darmi prurito dietro una costola e, prima ancora che me ne possa rendere conto, sto sanguinando – sto sanguinando di tutte le cose non dette, sto trasformando tutte le piccole cose che ho avuto in un desiderio che non si è mai realizzato, un desiderio che hai bucato ogni volta che era sul punto di realizzarsi e di tutto quel desiderare non rimane che un buco, un forellino, grande abbastanza per farci passare il fiato che mi serve per continuare a dire sottovoce che mi manchi, che mi sei mancato, che mi manchi, che mi mancherai sempre – che mi mancherai sempre perché ho preso ogni cosa vissuta con te e l’ho scritta rendendola vera, l’hai scritta anche tu, e ogni giorno divento più pallida per farti rivivere mentre ti guardo morire da lontano, mentre ti guardo dimenticarmi – mentre ci guardo morire da lontano, una possibilità abortita travolta dallo sciacquone  delle certezze alle quali non hai potuto rinunciare; rendo vero anche questo, finché non mi bloccherai i polsi con un bacio.

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