Punti di vista

Quando ho aperto la finestra lei era lì, seduta sulla ringhiera del balcone con le gambe che spenzolavano nel vuoto, e io ho sentito un brivido sulla nuca solo a pensare a tutto quello che c’era o non c’era sotto i suoi piedi. sono rimasta ferma nella posizione del passo, il tallone puntato di fronte a me e le gambe come forbici, anche le braccia, un braccio flesso in avanti e uno flesso all’indietro: ho pensato, se la sfioro potrebbe spaventarsi e cadere.
Sto parlando come se la conoscessi, perché, non so, ci sono momenti così densi da creare legami basati sulle cose più strane: la vicinanza spaziotemporale, nel nostro caso, ma può essere altro, incrociare per strada una persona che indossa il tuo stesso cappello o un sorriso nella direzione sbagliata.
Insomma, ho aperto la finestra e l’ho vista, seduta sulla ringhiera del balcone, e non ho pensato, chi sei? Cosa ci fai sul mio balcone, come ci sei arrivata, perché? Ho solo avuto paura che potesse cadere. Abito all’ultimo piano. Tutto quel vuoto.

Un uomo stava camminando per la strada, era tardi, portava a spasso il suo cane. la verità è che non riusciva a dormire, faceva molto caldo, il cane lo seguiva pigro, ansimando. Pensava: chissà come sono finito da queste parti, da quanto tempo non venivo qui? Non ricordo. Si fermò per sedersi e forse fumare, si abbassò per annodare il guinzaglio a una delle gambe curve della panchina e, seduto, si guardava intorno cercando di ritrovare qualcosa di familiare in quel posto – ormai i luoghi sembrano invecchiare e cambiare più in fretta delle persone, a volte la loro fisionomia muta in modo così radicale, non c’è nemmeno il supporto di un naso particolare o di un tono di voce, per riconoscerli e riconoscervisi – così pensava l’uomo. Pochi giorni prima aveva incontrato un amico che non vedeva da tempo e si era accorto di essere vecchio. Aveva la stessa età che aveva suo padre quando era morto, suo padre con una lanugine bianca in testa e le gambe sottili, così sottili che le vene ci correvano sopra e non dentro, come se le leggi della fisica e del mondo non valessero più, nel momento in cui ci sei e smetti di esserci.

Mi sono sdraiata sul pavimento freddo per opporre resistenza alla schiena che si curvava impedendomi di respirare. non riuscivo a riempire i polmoni, mi girava la testa, ho alzato le gambe contro il muro e finalmente sono riuscita a riempirmi e svuotarmi e riempirmi d’aria. Molte cose mi facevano male, arti, muscoli, qualcosa più dentro che non riuscivo a definire, qualcosa che mi tendeva e annodava: ho pensato che l’unica cosa che potevo e dovevo fare, per fermare quella sensazione che non sapevo definire, era saltare. Potevo saltare certa di essere, per struttura e per fato, inadatta al volo. Ho immaginato: il fischio nelle orecchie e il corpo senza peso e allo stesso tempo incredibilmente pesante e veloce che, come una calamita, aspirava alla terra. Ho immaginato: l’attimo prima di chiudere gli occhi, prima dell’asfalto, e ho pensato che non mi faceva poi così paura, pensare di non vivere più. C’era qualcosa di consolante, in quel pensiero, come l’abbraccio di una madre dopo un incubo. Mi sono legata i capelli e ho aperto la finestra.

L’uomo stava cercando di contare le stelle, con la punta del piede scalzo accarezzava il torso del cane che si alzava e si abbassava veloce e pesante. Pensava: quell’incontro era stato un segno, non che avesse mai creduto in queste cose, i segni o le coincidenze o un piano più grande, cercava di razionalizzare, penso che sia stato un segno perché ho bisogno, ho bisogno di qualcosa, sennò non sarei qui, a quest’ora della notte, nel mio vecchio quartiere, senza nemmeno sapere come ci sono arrivato e perché.
Ne è valsa la pena? si chiese, di tutto. Pensò a com’era essere giovani e non rendersene conto, non rendersi conto che non ci sarebbe stata un’altra occasione: come quella volta, quella ragazzina si era sollevata la maglietta e aveva chiuso gli occhi e lui era rimasto immobile a guardarla mentre lei si tendeva verso lui, le aveva preso la maglietta stando attento a non toccarla e l’aveva abbassata e lei era scappata, il giorno dopo l’aveva vista svoltare l’angolo con un suo amico.

Ho aperto la finestra e lei era lì, non volevo che cadesse perché ero sicura di sapere cosa si provava, quelle spalle di uccello non avrebbero sopportato l’impatto. L’uomo pensò che forse poteva credere nei segni, per una volta, a condizione che ce ne fosse un altro: avrebbe chiuso gli occhi, contato, dieci, nove, otto, sette, sei, cinque, quattro, tre, due, uno, li avrebbe riaperti e avrebbe abbracciato con lo sguardo il quartiere.
Ho parlato molto piano, le ho detto, attenta. Sembrava emanare una luce soffusa, ma io sapevo che era solo il riflesso delle luci sui suoi abiti bianchi. le ho appoggiato una mano sulla spalla, l’ho aiutata a scendere, era molto leggera. L’assenza di segni sarà anch’essa un segno, pensò l’uomo, un segno del fatto che non dovrei credere nei segni, e chiuse gli occhi. Dieci, nove, otto, sette, sei, cinque, quattro, tre, due, uno. Dieci, nove, otto, sette, sei, cinque, quattro, tre, due, uno.
l’uomo aprì gli occhi e vide: il suo cane addormentato, il fiume, un’automobile con un faro bruciato, qualcosa di molto veloce che forse non era niente, solo l’ombra di un battito di ciglia, o forse un pipistrello che volava verso o via da quella luce.

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