La bambina che non aveva bisogno di niente

La bambina che non aveva bisogno di niente possedeva solo una borsina di plastica e un coltellino svizzero, non aveva fame non aveva sete non aveva né freddo né caldo e se pure sorrideva a chi si fermava per chiederle: come ti chiami? Non sentiva la necessità di parlare o di stare in silenzio. Se ne stava seduta preferibilmente in un angolo – che fosse a casa coi suoi genitori o a scuola o per strada, guardava ma non perché si dovesse guardare o volesse osservare qualcosa e neanche, in un certo senso, faceva per fare – semplicemente sapeva che prima o poi quello che aspettava – pur non aspettando – sarebbe arrivato, la pasta per pranzo, il succo di frutta, il bacio della buonanotte, un libro o un cuscino – oppure sarebbe arrivato per niente e allora sapeva che tanto valeva aspettare, il ritorno del gatto sepolto in giardino o il saluto di quell’amichetta partita alla fine dell’anno, andata in un altro paese.
Aveva bisogno di niente, questa bambina, era sempre stato così e la madre, quand’era neonata, doveva attaccarsela al seno per farla succhiare, aveva dovuto insegnarle a dormire di notte e a un certo punto a svegliarsi, a bere un bicchiere di acqua non troppo gelata ogni tre o quattro ore.
A volte usciva di casa e finiva per perdersi in giro nei campi perché non aveva una meta, tornava alle tre di mattina e il giorno seguente aveva la febbre perché non aveva sentito la pioggia e uscendo si era scordata che avrebbe potuto avere bisogno di avere l’ombrello.
Un giorno, per strada, aveva trovato un cane sdraiato per terra che non respirava – all’inizio le era sembrato normale, anche lei doveva ripetersi sempre, mi devo riempire i polmoni e svuotarli, nemmeno sentiva il bisogno dell’aria – e si era sdraiata anche lei, per vedere le cose nel modo in cui lui le vedeva. Puzzava, ma lei non aveva sentito il bisogno di chiudersi il naso, era freddo, ma lei non aveva pensato a scaldarlo o a chiedersi come e perché non pulsasse e non stesse emanando calore come accadeva a chiunque. L’aveva guardato negli occhi e le palpebre erano ferme un po’ come le sue, la mamma finiva sempre per esser costretta a metterle lacrime in gel, e a furia di stare a contatto con l’umidità della terra aveva provato per la prima volta i brividi e la pelle d’oca.
Con il coltellino gli aprì una ferita dal collo in fondo alla pancia, il cane era grande e la sua pelliccia l’avrebbe scaldata.

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