La ragazza che non aveva il sangue

La ragazza che non aveva il sangue era nata in un posto molto caldo e si era accorta di non avere il sangue da bambina, quando insieme alla famiglia si era trasferita altrove, in un luogo senza sole.
Svanita l’abbronzatura si era fatta pallida e spesso tremava, solo la luce di una lampada puntata sempre addosso le dava sollievo. Le righe blu che le correvano sottopelle erano vuote, l’aveva scoperto l’infermiera del prelievo, l’aveva constatato lo specialista accorso auscultandole il petto e non sentendo nulla. Il tracciato dell’elettrocardiogramma era piatto, eppure la bambina parlava e respirava.
La ragazza che non aveva il sangue teneva un orologio nel taschino sopra al petto per fingere un battito fin troppo regolare, non capiva lo spavento né l’amore se non in modo totalmente cerebrale, si iniettava nelle braccia lo sciroppo di lampone e si pungeva poi le dita con lo spillo per scherzare – ma nessuno che capisse la battuta, aveva smesso.
Non aveva la pressione così, spesso, soprattutto per il caldo, le accadeva di svenire, non rideva perché il riso fa buon sangue così come non poteva bere vino ma nemmeno non piangeva, era molto controllata e chi non la conosceva riteneva fosse fredda forse anche un po’ lasciandosi influenzare dalla sua temperatura.
Si era pure innamorata – ricambiata – di un vampiro, ricambiata fino a quando lui, baciandola sul collo, si era accorto che mancava della cosa che rendeva interessante ogni rapporto, era stata abbandonata.
Ovviamente si era sparsa già da tempo qualche voce su di lei – non succede tutti i giorni che qualcuno senza sangue faccia la sua apparizione sul pianeta – e raccoglievo ogni ritaglio di giornale ché ne ero affascinata per il semplice motivo che pativo di un eccesso di emozioni e la invidiavo per la calma del sorriso, per l’assenza di reazioni.
Le ho mandato una provetta del mio sangue e molti altri hanno avuto la mia idea, ho saputo poi più tardi che per mesi le ha raccolte – le provette – dentro al frigo per raggiungere i sei litri.
Non sapendo se il suo corpo fosse in grado di girare con quel fluido nelle arterie e nelle vene, non sapendo cosa fare, attendeva quel momento in cui per la disperazione ci sentiamo pronti a tutto, fosse pure al sacrificio della vita pur di smettere di fare solo finta – di una cosa ormai era certa, che la vita non poteva limitarsi al solo fatto di parlare e respirare.
Sistemò tutti i suoi affari calcolando l’evenienza di un rigetto, scrisse lettere di scuse o dichiarando i sentimenti che pensava di provare, scrisse pure un testamento per avere la certezza che le cose a cui teneva non finissero buttate poi, con l’ago dentro al braccio, iniziò la trasfusione.
Nella sacca tutto il sangue stava a strati come l’olio sopra l’acqua e scendeva goccia a goccia arrossandola un centimetro alla volta – arrivato dentro al petto nel momento in cui il motore ha iniziato a funzionare ha percepito: l’abbandono di un bambino che passava troppo tempo chiuso solo in cameretta; l’allegria delle zampate di un cagnetto dato in dono a una ragazza da un amico e il dolore di carezze sulla testa di quel cane che moriva; l’emozione di due mani che si sfiorano per caso; la sorpresa di trovare, entrando in casa, una persona data persa; il disgusto di un tradito, l’emozione di un successo, il calore di ogni bacio dopo il primo, la mancanza di un amico, rabbia, l’ansia, la vergogna, il rimorso e la speranza – la speranza son sicura fosse mia – con due dita sopra il polso ha aspettato la mattina, ha buttato l’orologio da taschino, ha pianto a lungo.

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