Desire Lines [*]

Sono rari qui i giorni di cielo azzurro, e l’azzurro deve squarciare la coltre di nuvole color latte e cenere che sembra tanto più spessa quanto più si avvicina alla terra, tanto più sottile quanto più se ne allontana.
Gli alberi se ne stanno sempre avvolti nella foschia e tendono ogni ramo verso l’alto chiudendosi su se stessi e pali e cavi e piloni finiscono per essere l’unica concessione alla monotonia del panorama, gli unici punti di rottura, le uniche figure nette abbastanza da potercisi aggrappare con gli occhi.
Mi chiedo se riuscirò mai a innamorarmi di questo paesaggio: mi assomiglia nei lati di me che non so accettare e, per questo, mi respinge – contrasta con i suoi naturali occupanti che hanno il carattere di una lunga stagione di mezzo.
Non me ne accorgo che da quando non ci sei e sono costretta ad alzare le tapparelle, rinunciare alla loro difesa geometrica distinguendomi per una volta da quelli che intorno mi abitano ma sembrano disabitare la casa – le dipingono tutte di rosso non sapendo che il rosso è il primo colore a sbiadire, che le case qui vorrebbero mimetizzarsi negli orizzonti ai lati della strada e mi ingannano l’occhio ogni volta che svolto sfiorando il vuoto, avvicinandomi al fiume che nasconde un bosco nel quale nuotano i pesci dopo le piogge, nel quale i pesci restano appesi argentei ai cipressi durante le secche o così me li voglio immaginare.
Qualcuno dovrebbe agganciare il sole con una di quelle bacchette che prolungano le braccia verso l’alto degli armadi, dove stanno i vestiti meno amati – qualcuno dovrebbe cambiargli l’angolo perché io possa vederlo bruciare dalla stanza da letto, perché non mi sia sempre alle spalle quando si colora due volte al giorno per catturarmi nello specchio retrovisore forzandomi uno sguardo che non mi appartiene.
(Provo a scrivere come se non ci fossi mai stato, come se non ti sapessi da qualche parte al di là dei fiumi che affettano la pianura, al di là delle linee invisibili che dividono i paesi, i comuni, le province, le regioni. Provo a scrivere senza intingermi di te eppure continui a proiettare la tua ombra raffreddandomi le mani, eclissando ogni mio tentativo di brillare abbandonandoti al buio dal quale ti sei fatto inghiottire, dal quale continuo a sentire l’eco della tua voce che mi chiama ma mai con il mio nome, rallentandomi il sangue che cerca di pomparmi lontana da te, verso altro sangue, verso altri luoghi, verso di me).

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