[I weighed out every option, that scale’s not fit for advice][*]

Pensi di non potercela fare. Credo faccia parte della malattia: è una malattia che divide. Divide il corpo dalla mente, o rende visibile una divisione che c’è già stata, una frattura insanabile, forse; divide la parte di te che vorrebbe tornare a un prima che forse nemmeno ricordi, un prima nel quale la malattia non c’era, non c’era frattura, da quella che sta bene così, che ha paura di tutto quello che, malattia, non è.
Diciamo di volere guarire ma sappiamo bene che per quanto male faccia non c’è niente di meglio, in certi momenti, che sentire la testa che gira, il freddo nelle ossa – le ossa stesse. Sentire il cuore lento, vedere i numeri che scendono – quelli sulla bilancia, quelli della pressione. Ottanta su cinquanta e ho comunque la forza di uscire a correre.
La malattia è dolore, ma è un dolore che ha un nome – senza malattia resterebbe il dolore ma non avremmo un nome col quale chiamare quel dolore, non ci sarebbe permesso di stare male: si sta male se si è malati, se si è malati si sta male, se si sta male se si è malati si ha una malattia. Si è una malattia.
Pensi di non potercela fare e quella parte di te che vorrebbe guarire vuole sentirsi dire che ce la farai. Che sarà semplice mettere a tacere quell’altra parte, che in fondo tutti mangiano e nemmeno ci pensano, è una cosa normale, per loro, come respirare, come addormentarsi – non avvertono la consapevolezza di ogni singolo boccone masticato e masticato fino a quando non diventa come un nodo di spago né la perdita di controllo di quando i bocconi sono cento, infilati senza masticare nel sacco nero del nostro interno misterioso. Essere come loro, vorresti che qualcuno ti dicesse che un giorno sarai come loro: no, forse è questa la tua paura più grande. Se fossi come loro non saresti più te stessa. Se fossi come loro rischieresti di non ritrovarti più. Se smettessi di scomparire col corpo potresti iniziare a scomparire con l’anima.
Vorrei dirtelo io, che ce la farai. Che guarirai senza perderti, che c’è un modo per stare bene. Che c’è una speranza.
Il problema è che per sperare bisogna sapere che cosa si vuole sperare, ed è questo che la malattia ci ha tolto. Non la fame, non i chili – i veri nomi delle cose. Il nome del nostro dolore, il nostro nome, il nome delle nostre speranze, il nome di quello che siamo e che saremo.
E allora non ti dico che ne uscirai. Non ti dico che ce la farai. Ti dico: cerca quei nomi. Devi imparare una nuova lingua – uscirne è come ritrovarsi in un paese straniero, sola, muta, persa. Le strade si imparano, si stringono nuovi legami, devi solo imparare le parole che ti servono per chiedere indicazioni, per fare amicizia. Continuerai a sognare nella tua lingua per molto tempo, forse per sempre, continuerai a pensare nella tua lingua, ma intanto sarai altrove, e questa è l’unica speranza, l’unica che posso darti.

[*] per te, per noi, per loro.

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