La bambina con l’interruttore [*]

La bambina con l’interruttore aveva un pulsante sulla schiena e gli occhi grandi. I suoi genitori desideravano molto avere una figlia – questo quando la bambina con l’interruttore ancora non era nata – ma il padre aveva un lavoro che lo teneva spesso occupato e la madre era piena di impegni e aveva bisogno di dormire un certo numero d’ore, la notte, per via delle occhiaie, e nel fine settimana partecipavano a cene e a eventi mondani oppure partivano in viaggio. Non avevano neanche il tempo per fare l’amore quel tanto che basta per fare un bambino ma avevano letto dei libri sui laboratori e sulle provette e infine avevano detto, proviamo.

Il medico aveva voluto sapere delle preferenze riguardo ai capelli e all’altezza e alla fine il padre e la madre si erano stretti le mani e entrambi avevano chiesto: sarebbe possibile un interruttore? Nessuno ci ha ancora provato, rispose il dottore, che già si vedeva a Stoccolma a vincere un premio, tentiamo.
La bambina con l’interruttore aveva imparato a non chiedere niente e a non fare i capricci e gli ospiti il sabato sera dicevano, brava, vedendo composta in silenzio la bimba seduta – un po’ strana, con gli occhi un po’ opachi – e mai non aveva i vestiti sgualciti e né le ginocchia sbucciate. Se il padre e la madre dovevano uscire le davano il bacio della buonanotte e una piccola pacca nel punto in cui c’era il pulsante, potevano pure partire per tutto il weekend senza mai preoccuparsi di avere nel forno qualcosa di pronto o di scendere nella cantina a prendere l’acqua.

La bambina con l’interruttore nemmeno sapeva di averlo, il pulsante, che i suoi genitori si erano sempre guardati dal dirlo a qualcuno temendo che quando lei fosse cresciuta la gente avrebbe potuto abusare del suo spegnimento o lei stessa potesse per sbaglio o per voglia accendersi e spegnersi a suo piacimento.

La bambina con l’interruttore potete vederla esposta al museo delle scienze a Berlino, vederla senza toccarla, e leggere della sua storia in tre lingue o ascoltarla infilando monete nel ricevitore che è accanto alla teca in cui l’hanno infilata.
È successo che un giorno si è spenta e che l’interruttore si è rotto.
La bambina con l’interruttore era già una giovane donna quand’era successo, e ancora ignorava il pulsante e fino alla fine l’avrebbe ignorato – i suoi genitori avevano smesso da tempo di usarlo e se pure per un po’ di tempo aveva avuto problemi per via dei ricordi che aveva a intermittenza degli anni in cui era bambina era stata in psicoterapia e stava bene, infelice nel modo in cui tutti lo siamo.
Sarebbe andata avanti così per chissà quanto tempo, non fosse successo che un giorno qualcuno che lei riteneva speciale l’aveva lasciata, non prima di averle spiegato che lui era quello sbagliato e tutte le cose che bene sappiamo si dicono in certi momenti. L’aveva abbracciata dicendo, è per l’ultima volta e lei si era stretta e, piangendo, la schiena aveva tremato.
L’uomo, parlando da solo, le disse che certo, le voleva bene, ma adesso era tardi, se n’era andato chiudendo la porta, lasciandola in piedi, il mento abbassato, pensando che fosse il dolore a plasmarla in quella posizione – si dice che a volte, la notte, lei alzi lo sguardo a cercare qualcosa o qualcuno

[*] la fotografia è sua. il racconto l’ho scritto l’anno scorso o qualche mese fa, ma non potevo che illustrarlo con lei, che è una bambina con l’interruttore. come me.

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