Pictures in an Exhibition

Quando mi sembra di essere un poco cambiata mi scatto una fotografia – quando mi succede qualcosa, una di quelle cose che ti fanno pensare: ecco, adesso sarò un poco diversa e questa cosa che ho fatto mi si leggerà in volto – e cerco di non sorridere e cerco di non guardare seria verso l’obiettivo della macchina e cerco di mantenere un’espressione neutrale – non devo lasciare passare il modo che sento, dev’essere molto sottile, sottile nel modo in cui è il cambiamento.
Non ho mai avuto paura della pagina bianca. Nemmeno adesso mi spaventa la pagina bianca. Questa non è una pagina bianca – è una pagina trasparente, una pagina che mi mostra china sulla tastiera a scrivere, che mi mostra attraverso queste sbarre a forma di parole attraverso le quali infilare una nocciolina, un dito, attraverso le quali anch’io posso vedere chi mi guarda, restare incantata da uno sguardo, restare paralizzata da un giudizio – quando eravamo ancora saggi avevamo deciso di non parlare, di non parlarci mai direttamente –
Come nei diari, nei quali spesso accenno a cose che non riesco a esplicitare nel timore di renderle reali, come nelle lettere, nelle quali si fa riferimento a fatti noti solo a mittente e a destinatario, oscuri per chiunque altro non abbia condiviso con loro le stesse esperienze; come qui, dove tutti capiscono qualcosa ma solo qualcuno può capire tutto – dall’album dei miei volti riesco a richiamare quelle stesse sensazioni, quelle che mi fecero pensare: ecco, adesso sarò un poco diversa e questa cosa che ho fatto mi si leggerà in volto – e tutte quelle volte in cui ho avuto gli occhi grandi e neri li ho avuti per avere visto te, per avere forzato le pupille a scoprire la tua luce nascosta, per essermi mossa in certe tue giornate come un gatto nella notte – senza sbattere o inciampare – e tutte quelle volte in cui ho avuto le labbra rosse e socchiuse le ho avute per i baci che non ti ho dato anche quando te ne ho dati mille e non erano abbastanza, le ho avute per le parole che non ho osato che sussurrarti sapendo che non le avresti sentite perché non mi stavi – ti stavi – ascoltando –
mi scattavo prima di vederti e al mio ritorno – vestita di nuovo e speranze, consumata da desideri e paure –
quella volta davvero alla fine uguale a me stessa, e le canzoni che ci eravamo scelti come colonna sonora avrebbero dovuto anticiparci la fine, e le luci che ci eravamo scelti a illuminarci, e i muri che ci eravamo scelti per appoggiarci, e le panchine che ci eravamo scelti per sederci, e nessuno come noi avrebbe dovuto sapere che ogni cosa ha due facce, una chiara e una scura, e la nostra, chiarissima, era solo uno spicchio dell’altra, la buia, dalla quale saremmo finiti ingoiati, inguaiati, sguaiati nel nostro dolore ancora di più che nei nostri piaceri, inguainati nel nero vinile colatoci addosso dal tempo scaduto immobili tesi per sempre per sempre lontani.

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