L’ufficio delle cose non dette

Lavoriamo molto, qui, all’ufficio delle cose non dette; ci arrivano in buste chiuse, sigillate ermeticamente, rompiamo la ceralacca e ci armiamo di tagliacarte, leggiamo le lettere, le ripieghiamo e le cataloghiamo, per poi passarle all’ufficio rimpianti o all’ufficio rimorsi o all’ufficio notti in bianco a pensare, cosa sarebbe successo se?

Per un momento aveva pensato che fossero uguali; lei finiva le sue frasi, sentiva al suo stesso modo e i loro corpi si somigliavano in un modo che, entrambe, non avevano creduto possibile. Non c’era incastro se non nelle gambe intrecciate, nelle dita annodate, era solo uno scivolare, l’una pensava che fosse uno scivolare su, l’altra pensava che fosse uno scivolare contro, entrambe sapevano che, prima o poi, l’una sarebbe guizzata via dalla presa dell’altra lasciandosi dietro una scia iridescente, come quei piccoli pesci nel fiume.
Lei disse,
ci sono le verità grandi e ci sono le verità piccole,
poi si voltò tirandosi dietro il lenzuolo;
in principio, ogni verità è grande, rimpicciolisce passando di bocca in bocca, come se si consumasse ogni volta che viene pronunciata,
una caramella,
Si passò le mani tra i capelli molto corti, allo stesso modo di chi è disperato o come chi esca da una piscina dopo avere nuotato sott’acqua, forse trattenne anche il fiato, e l’altra le prese i polsi e le chiese,
proviamo,
inizi tu?
io,
inizia,
niente è per sempre,
non è vero!
niente è per sempre, ripeti, ripeti, ripeti,
niente è per sempre,
e stringendo le braccia sottili con i palmi umidi – si era davvero tuffata? -, iniziò ad allontanarla o ad allontanarsi,
stavi per dire,
niente,
mi sembrava che,
no, davvero.

L’addetto alla posta trascina avanti e indietro sacchi di iuta pieni e poi vuoti, pieni e poi vuoti, li riversa sulle scrivanie senza nemmeno un saluto, non c’è tempo per i saluti, le cose non dette non smettono mai di arrivare, non possono essere mai rispedite all’involontario mittente.

Quando il treno arriva, macinando lento gli ultimi metri di strada ferrata, l’uomo è già davanti alla porta pronta ad aprirsi; non ci sono maniglie, solo un pulsante verde, un pulsante rosso, fa un passo indietro e cerca di decifrare la scritta sulla placca d’acciaio, nicht, nicht, nicht.
Quando il treno arriva, rollando sulle rotaie, il figlio spegne la sigaretta appena accesa sbriciolandola con il tacco e la punta, ai passanti sembra che stia improvvisando una danza, si infila le mani in tasca e si chiede, dovrei essere io, a salire su un treno, andarlo a trovare?
L’uomo scende dal treno aggrappandosi al palo, alla maniglia, alla valigia che lo proietta sul marciapiede, alla valigia che si trascina alle spalle, curve le spalle, finché il figlio non la afferra con una mano, l’altra gliela butta intorno alle spalle, come ogni volta, poi dice,
ciao,
ciao,
hai fatto buon viaggio?
Camminano in quasi silenzio,
come stai,
faccio io,
lascia,
no,
il figlio pensa, quante volte ho vissuto questa stessa scena, ripetendo le stesse battute, quante volte ancora prima che –
ti offro un caffè?

Prendo una lettera e, con l’unghia, ne scalzo i sigilli rossi, la apro, leggo: temo la morte, la tua, temo di esserne causa, ho avuto fretta di crescere e crescere e più io crescevo, più tu invecchiavi, ed ora sei sempre più stanco, sempre più solo, odio vederti perché non abbiamo mai niente da dirci, non facciamo che litigare, e un giorno il treno verrà e non ci sarai, quanto è lontano quel giorno?

Non si accorge che sta scendendo la sera dietro alle tende ingiallite dal fumo; si muove tra l’acquaio e il piano cottura, prende una cipolla e ne taglia i poli, pela la buccia che è un velo che crocchia tra i polpastrelli come un giornale con le notizie di ieri.
Che ore sono? Lui sarà in ritardo, è sempre in ritardo, tornerà a casa con le guance fredde e pungenti e vorrà strofinarle contro le sue, raccontarle la sua giornata e poi, la cipolla si taglia dalla radice alla testa, poi ancora a metà, una croce, le chiederà
come stai?
ma farà finta di non sentirlo e lui, sollevato, sederà a capotavola con i gomiti incollati al torace, la cipolla si taglia in tranci sottili con un movimento che è tutto nel polso, col polso si asciuga il rossore degli occhi, questo figlio non lo voglio, sminuzza il bulbo bianco e poi, al buio, si lava le mani,
cos’hai?
niente, davvero,
i tuoi occhi,
lei gli mostra il trito che imbiondisce nella padella, tenta un sorriso, dice,
niente, visto?
pensavo,
tranquillo,

Mi bagno la punta dell’indice nella spugna imbibita e continuo a sfogliare; qui, all’ufficio delle cose non dette, parliamo solo per cenni, da un cubicolo all’altro.
Un cenno per salutare, un cenno per dire, giornata pesante, un cenno significa, quando finiamo, non ci sono parole che siano nostre,
mi posa la mano sulla spalla, quando passa oscillando sulle scarpe basse,
mi volto, la guardo,
sorride,
sorrido,
l’addetto alla posta col sacco di iuta si ferma alla mia scrivania, lo svuota,
sei tu?
sono io?

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17 thoughts on “L’ufficio delle cose non dette

  1. un cenno per domarci, un cenno per ammaestrarci, un cenno per ritrovarci, un cenno per illuderci e poi ingannarci, per incuterci timore senza timone, reverenziale o referenziale, stato demenziale, chi siamo? chi sono? ingialliti prima del tempo reclamiamo un replay di fotofinish, al rallentatore siamo tutti più soli, silenziosi, con la bava alla bocca, ma non da intenditori, senza DOC e senza dott. siamo tutti più tutti e quindi anche più nessuno. nessuno al mondo si vive con niente e per sempre. e forse è vero. e forse non è vero. e forse è ingiallito. smarrito. tempo ammuffito.

  2. ci sono le cose non dette e ci sono quelle dette con leggerezza, che vorresti ritirare dicendo la verità e poi la vita succede e non lo puoi più fare, e la verità diventa la cosa non detta. non eri tu. tu dovevi solo farmi smettere di pensare a lei.

  3. “a volte le cose non dette pesano di più delle cose dette. per questo non te le dico, perché sono pesanti, e importanti. e dentro il mio silenzio ci puoi mettere tutto il sentimento che vuoi, quello che desideri, amore, odio, o amicizia.
    nelle cose che non ti dico tu puoi sentirci quello che preferisci. se te le dicessi non avresti tutte queste possibilità.”

  4. Adesso che non ci sei più penso che avrei dovuto chiederti di dirmi le cose che non mi hai mai detto e che avrei voluto sentire da te,mamma.

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