[Well this is not a joke so please stop smiling][*]

Diceva che troppi giocattoli fanno male alla fantasia, e allora me li inventavo da sola. Il cestino da cucito, per esempio, in certe domeniche invernali diventava una funivia che correva su binari di spago per l’arrosto.
I sassi si animavano disegnando loro espressioni col pennarello.
Le possibilità erano infinite, ogni cosa poteva essere milioni di altre cose, bastava pensarle.
Le giostre, neanche le giostre andavano bene. Era tutto un imbroglio, il codino lo prendeva la bambina bionda, suo padre era stato dal giostraio e le aveva pagato un altro giro, quando sarebbe passata lui avrebbe abbassato il ciuffo di pelo fino a farlo arrivare in mezzo alle sue braccia, mentre gli altri si alzavano in piedi senza riuscire mai.
D’estate la cosa più bella era stare in acqua, nuotare. Per lunghissimo tempo avevo sperato di potermi liberare dai braccioli che mi stringevano e mi pizzicavano la pelle, avevo sperato di liberarmi dai sandali di plastica blu che si riempivano di sabbia come le mutandine del costume.
Volevo essere bionda e avere un costume intero e le trecce e salire su un cavallo inanimato che, come nel film, avrebbe preso vita, portandomi al galoppo fino in fondo al lungolago.
Nel ricordo la riva mi sembra lontanissima. Sicuramente portavo ancora i braccioli arancioni. Andavamo alla spiaggia la mattina presto, non so cosa facessi mentre aspettavo che arrivasse l’ora di fare il bagno. Mia madre mi bagnava le braccia per infilarmi i braccioli di modo che scivolassero fin sopra i gomiti senza farmi male. Aveva il costume annodato dietro al collo, era la più bella della spiaggia, con le sue lentiggini e il telo con le àncore.
Alle giostre non ci andiamo, aveva detto, stiamo in spiaggia, il sole è gratis, l’acqua è gratis, i panini li portiamo noi da casa, non ti manca certo la creatività per divertirti, aveva aggiunto. scompigliandomi i capelli corti e scuri.
Mi ero allontanata dalla riva perché avevo visto qualcosa, qualcosa di bellissimo, qualcosa con cui avrei potuto giocare quando la mamma mi avrebbe chiamata per tornare sulla spiaggia per avvertirmi dei pericoli delle labbra viola, per rigirarmi i palmi e mostrarmeli avvizziti, per spalmarmi di nuovo le spalle con la crema solare.
Avevo nuotato e nuotato per avvicinarmi al tesoro, una pigna, una pigna bellissima, che avrei potuto usare per decorare i miei castelli di sabbia, che avrei potuto portare a casa e avrebbe avuto un utilizzo per stagione, alla faccia delle giostre, dei capelli, del costume.
Nel ricordo: la mia mano che si stringe intorno a quella che credevo fosse pigna e che invece era uno stronzo.
Tutta l’acqua del mio lago non sembravamo bastare per lavarmi via dai palmi la vergogna, la distanza dalla riva all’improvviso era cambiata, mi sembrava di sentire tutti quanti lamentarsi degli scarichi fognari, mi sembrava di sentire le risate in ogni bocca – la fortuna non esiste, se sei nata come sei non puoi sperare di salire sulla giostra e di prendere il codino, se sei nata come sei non puoi sperare di trovare un qualche piccolo tesoro – puoi nuotare, puoi pensare, puoi sperare, ma ogni volta che ci credi ti ritrovi tra le mani niente, niente, niente o, al massimo, uno stronzo.

 

[*] la fotografia è sua, sperando che il racconto le porti fortuna.

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