#1

Labambola si chiamava Labambola perché l’unico nome che conoscessi era il mio. Io ero Labambina ma ero anche Meri, e Lamamma mi aveva spiegato che Labambina era il corpo che ero e Meri, invece era il mio nome, la mia persona. Meri era l’unica. C’era un’altra Labambina nella sua pancia ma ancora non aveva un nome e Lamamma la chiamava Labambina e allora io chiamavo Labambola Labambola.
Labambola aveva la faccia sporca che non veniva pulita nemmeno col sapone, soprattutto sulle guance. Aveva i capelli che sembravano la parte della scopa che serve a spazzare il pavimento.
All’inizio non sapevo bene come si giocava con Labambola e l’avevo presa per le gambe e l’avevo fatta girare e volare velocissima in alto e in basso, in picchiata, e le si era staccata la testa. In quel momento avrei voluto mettermi a piangere ma avevo paura che Lamamma si arrabbiasse ancora di più, già avevo visto che si stava arrabbiando per via della testa staccata ma doveva essersi trattenuta anche lei, aveva preso la testa e Labambola ed era riuscita a infilare la testa sul collo de Labambola anche se adesso sembrava strana, con le orecchie troppo vicine alle spalle.
Mentre Lamamma dormiva avevo provato ad aggiustarla, le avevo sfilato la testa e avevo visto che dentro era vuota e piena di nodi dove partivano le ciocche di capelli, avevo fatto fatica a spingerla di nuovo sul collo, e per un momento era stata quasi bella di nuovo, ma lasciandola quasi bella rischiava a ogni movimento di perdere la testa e alla fine avevo fatto come la mamma e le avevo spinto la testa fino in fondo al collo.
Me la sedevo sulle ginocchia per guardarla negli occhi. Non avevamo mai niente da dirci, visto tutto il tempo che passavamo insieme. Quando Lamamma dormiva parlavamo col pensiero de Labambina nella sua pancia, chiedendoci come ci fosse finita. Doveva essere per via delle verdure, avevo concluso. Avevo deciso che facevo bene a non mangiarle anche se Lamamma poi si arrabbiava – da quando aveva Labambina nella pancia era ancora più nervosa.
Labambola all’inizio aveva un paio di scarpe, mi pare si chiamassero. Non ne avevo mai viste e avevo chiesto a Lamamma cosa fossero, perché Labambola avesse i piedi verdi e con le spine quando, per il resto, assomigliava a noi, nel modo in cui era fatta, anche se era ovvio che fosse finta.
Lamamma aveva detto che erano pericolose, le scarpe, se le era messe in tasca e non le avevo più viste. A Labambola erano rimasti i piedi deformi, come se li tenesse dritti per giocare a camminare sulle punte per non fare rumore. Glieli avevo mangiati, i piedi, a Labambola. Non era stato semplice, i primi pezzi erano venuti via facili ma poi aveva come qualcosa di duro in mezzo. Glieli avevo rosicchiati finché non le erano rimaste solo le caviglie. L’unico motivo per non fare rumore è scappare, nascondersi, e se Labambola fosse scappata o si fosse nascosta io sarei rimasta di nuovo sola.

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