First Timer

Non mi conoscevo fino a quando la bibliotecaria con gli occhiali non mi ha allungato un libro con la copertina rigida e bianca con sopra un disegno da grandi, un cerchio, altri cerchi, niente animaletti buffi o principesse; ci ho ritrovato la mia stessa tristezza che però lì non si chiamava mai: tristezza, e in qualche modo finiva sempre per guarire, anche quando il finale non era lieto. Mi sapevo capace di tristezza ma non mi sapevo capace di speranza, e l’ho imparata lì, tra quelle pagine, scoprendo il potere delle parole, il modo in cui ci si poteva giocare per dire delle cose serie restando leggeri, per esempio, il modo in cui, mettendole in fila, si potevano inventare delle storie e fare uscire il sole anche nelle giornate di pioggia.
Non mi conoscevo fino a quando nel documentario non ho visto gli animali che inseguivano e quelli che venivano inseguiti e non si poteva fare il tifo per nessuno perché quello era l’ordine delle cose, diceva la voce; eravamo tutti intorno a un cerchio e alla nostra destra c’era il più debole e alla nostra sinistra c’era il più forte e non bastava neanche dire le preghiere nell’ordine giusto, prima o poi la morte sarebbe arrivata e gli animali che venivano inseguiti avrebbero mangiato l’erba che mi sarebbe cresciuta tre metri sopra.
Non mi conoscevo fino a quando non ho consegnato il compito in classe convinta di avere fatto meglio di tutti, convinta che lei avesse voluto imbrogliarci e di avere scoperto l’inganno a differenza degli altri che ancora scrivevano calcoli sul foglio a quadretti. Mi sapevo capace di vergogna ma non mi sapevo capace di superbia – mi viene in mente il modo in cui la maestra spiegava come da un sassolino potesse crescere una valanga, come la goccia potesse scavare la roccia fino a creare un canyon o il movimento impercettibile del ghiacciaio creare un lago. Si inizia con una bugia piccolissima, con una bugia innocua, di quelle dette senza pensare perché somigliano alla verità ma sono più comode, e poi io in fondo non lo so cos’è vero e cosa non lo è, sto cercando di ricordare la prima volta che ho mentito a me stessa – non nasciamo capaci di menzogna: dobbiamo imparare la fantasia e scordare la vergogna, iniziamo col negare l’evidenza incapaci di inventare alternative al vero, finiamo con l’elaborare realtà complesse da raccontarsi con convinzione.
C’ero una volta io col mio passato ingombrante, c’ero una volta io che camminavo all’indietro per controllare che quel passato ingombrante non mi arrivasse addosso – che camminavo all’indentro per controllare che quel passato ingombrante non mi uscisse dai pori. C’era una volta lui, che mi diceva che il passato conta solo in relazione al presente, che mi chiedeva: come sei diventata, chi? Io, e tu come sei? Dimmelo tu, ma non era stato abbastanza fino a quando non ho capito che se noto certe cose silenziose è perché le conosco, un po’ come quando sono su un sentiero con una persona che non è mai stata su un sentiero e le mostro impronte di animali o cose del genere, cose che la persona non avrebbe mai notato da sola, se non ci fossi stata io a vederle, fargliele notare.
Alcuni aspirapolvere hanno un pulsante che, premuto, risucchia all’interno del corpo della macchina il cavo, lo arrotola, scompare. Io sono un aspirapolvere e srotolo il mio cavo, ma il pulsante è rotto, resto esposta, mi annodo.

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2 thoughts on “First Timer

  1. sai che ti leggo e voglio commentarti. per dirti cosa poi?
    le tue parole sanno di coccoina, conosciuta e familiare, ma lontana.
    stavolta, come sempre, la tua chiusura è sorprendente.
    mi trovo a dirti: cambia metafora, vedi se va meglio. ed io mi trovo subito dopo ad immaginare che potrebbe esser peggio di un filo esposto.
    laviamo il filtro dell’aspirapolvere e mettiamoci quei sassolini che profumano di buono, ti va?

    1. ci sto, mi piacciono i sassolini profumati. e magari lavando il filtro dell’aspirapolvere mi conosco un altro pezzo, un pezzo che invece di annodarsi, si arrotola.
      grazie per questa carezza. grazie.

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