La testa pesante

Non parla mai della madre.
Quando qualcuno gli chiede di lei, lui non risponde, resta fermo ma è come se voltasse le spalle, si nasconde dietro le ciglia lunghe, e tuo padre?
Mio padre. C’è.
Mio padre c’è, ma è come se non ci fosse, dice, si spinge in avanti, poi indietro, poi avanti, poi indietro, aggrotta la fronte. Si assenta per lunghi periodi, dice, non è che si assenti davvero: è lì, sulla poltrona o sul letto, sembra che guardi fuori della finestra ma chissà cosa guarda davvero.
Io guardo lui, che intreccia le dita, le scioglie, mi guarda, si spinge in avanti poi indietro, poi avanti, poi indietro, affonda le unghie nei jeans e si morde le labbra che diventano bianche, capisci? Mi chiede, spalanca gli occhi e poi li socchiude, per ricordare.
Ogni giorno diventa più piccolo, è possibile che una volta che abbiamo smesso di crescere arrivi un momento in cui, be’, si torna indietro?
Non so, gli rispondo, lui annuisce serio, si guarda le spalle, poi, improvvisamente, dice: poi, improvvisamente, si alza.
È un giorno qualsiasi, è come Natale, si alza e mi dice, usciamo, si infila il cappotto, lo devo seguire quasi di corsa, lo vuoi un regalo? Mi dice, io non lo so, è troppo veloce, mi compra, una felpa, una chitarra, un camion giocattolo laccato rosso anche se gli dico, grazie, non voglio, torniamo a casa e non mangia, non dorme, cammina, si muove, sposta i mobili, parla a voce molto alta.
Una notte, stavo sognando, ho sognato che il mio letto era un treno, mi sono svegliato ed era lui che lo stava spostando, scusa, mi ha detto, ma non per il treno e il letto, per qualcosa che non ho capito.
Capisci? Mi chiede, poi, improvvisamente, si alza.
Posso? Mi chiede, annuisco, impila i fogli sulla scrivania, raccoglie le penne e le sistema in fila, vuoi? Gli chiedo, annuisce, ne sceglie una e continua.
Poi, improvvisamente, inizia a gridare, dice, sto grattando le corde della chitarra e grida, non fare rumore, sto studiando e grida, non fare silenzio, si infila il cappotto e non torna a casa per due o tre giorni, o sette, sette giorni, è in ospedale, non sta molto bene ma presto ritorna, e si ricomincia. Poltrona, poltrona, poltrona, cappotto, regali, gridare, cappotto, ospedale, poltrona poltrona poltrona cappotto regali gridare cappotto ospedale.
Della madre non parla.
Gli chiedo di lei e lui non risponde.
Disegna sul foglio, un bambino con la testa molto grande e il corpo
– | – \ /
ci scrive sotto il suo nome in stampatello, lettere grandi e sbilenche, i tremuli tratti si incrociano dove il foglio si buca, si morde la lingua, impugna la penna come fosse uno scalpello, la stringe col pugno, mi guarda, di nuovo mi chiede, posso? Di nuovo annuisco.
Disegna anche me, il corpo – | – \ / la testa, un cerchio, sotto ci scrive il mio nome, ci tenta.
Guardo il disegno poi lui, lui poi il disegno poi lui.
Lui guarda il disegno poi me, me poi il disegno poi me.
I pensieri, mi dice. Sono i pensieri. Io, di nuovo, annuisco: mi sento la testa pesante.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...