I’m sitting in the middle waiting

Ho riletto le lettere che ci scrivevamo.
Non ricordo dove avessimo trovato quelle buste azzurre, quella carta sottile – non ricordo nemmeno come ce le scambiassimo, le lettere; la sera, davanti alla macchina del caffè decaffeinato, prima che si spegnessero le luci, oppure mentre giocavamo a misurarci la pressione due volte alla settimana, se in fila per l’elettrocardiogramma del sabato o uscendo dalla mensa.
La radio suonava per distrarci da quello che avevamo nel piatto ma il timer al centro della stanza ci ricordava ticchettando che anche quella era una gara, che tutte le cose che ticchettano prima o poi diventano silenziose e il gioco finisce. L’avevo già imparato a caro prezzo e, da quel momento, non avevo mai smesso di muovermi perché l’ingranaggio dell’orologio che ho appeso dentro non smettesse di ricaricarsi, perché le mie lancette continuassero a muoversi, a differenza delle sue.
Ho cercato di dedurre le mie frasi dalle tue: a quei tempi le parole non mi erano amiche né nemiche, erano semplicemente parole e le infilavo una dietro l’altra per dirmi senza nascondermi dietro a giochi di allitterazioni, a endecasillabi celati tra due virgole e la prosa di contorno – ancora non avevo in testa la musica che sono costretta a seguire adesso nella costruzione delle frasi – e sempre ci dicevamo quanto fosse incredibile esserci trovate dopo tanto cercate e no, non ci stavamo neanche cercando, avevamo perso ogni speranza di trovare qualcuno che capisse, e sempre ci dicevamo quanto fossimo speciali, tu sei speciale, no, tu sei speciale, no, tu sei speciale, e quanto fosse crudele il mondo fuori, anche se poi non perdevamo occasione di infilarci giacca e guanti e sciarpa e camminare veloci fino alla fine della strada, dove non c’era niente e dove adesso c’è la mia casa.
Quando sei arrivata non parlavi. Sei rimasta muta per giorni o forse solo per qualche ora, muta abbastanza a lungo da guadagnarti la reputazione indispensabile per sopravvivere lì dentro, come se non fossero abbastanza le tue mani fasciate come quelle dei boxeur, a nascondere un segreto che nessuno voleva confidarci e ti tenevi stretto, avvolta in due maglioni. Non guardavi nessuno negli occhi e nessuno osava avvicinarti né tu ti avvicinavi, seduta per terra o sulla panchina con lo sguardo basso e assente – sono stata io a venirti accanto, a mimare la tua posizione per farti capire che di me ti potevi fidare.
Alla fine sono scappata. Sono scappata portandomi dietro quei fogli e due pellicole, la tua immagine insieme alla mia, intrecciate in un abbraccio. Non ho mai smesso di cercarti – da dieci anni ti cerco, non per trovarti ma per assicurarmi che tu ci sia ancora, che le tue mani non siano più così fredde, che anche tu non abbia rinunciato a cercare di dare un senso a quei giorni alzandoti ogni mattina e combattendo.

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3 thoughts on “I’m sitting in the middle waiting

  1. io sono quella muta, che non guardava nessuno negli occhi e nessuno osava avvicinarsi né io mi avvicinavo. poi lui mi venne accanto e mimò la mia posizione per farmi capire che mi potevo fidare.
    mossa sbagliata. la mia.

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