but if you try sometimes / well you just might find / you get what you need

All’inizio succede che non ci credi. Le cose intorno si sfocano, perdono profondità, acquistano quella luce tipica dei sogni. Ti sforzi di svegliarti senza riuscirci, fino a quando non cominci a sforzarti di non svegliarti perché ti rendi conto che, qualora ti svegliassi, non sarebbe più una questione di credere o non credere, non sarebbe più una questione di sperare o non sperare. Se non ci credi puoi sperare che non sia vero. Se sei sveglio e hai la conferma che è vero, che è così, non puoi più riaddormentarti, puoi riaddormentarti e sognare la cosa a cui non avevi creduto e che, nella veglia, è diventata reale. La cosa che adesso ti perseguita. La perdita.
Quando succede si dice sempre: non ce la faccio. Non ce la posso fare. Mi chiedo chi sia stata la prima persona a dirlo, Adamo cercando di lavorare la terra, Eva cercando di spingere fuori la testa del figlio, dev’essere stato uno di loro, qualcuno che ancora non sapeva che ce la si fa sempre, che tutto si supera, che sia la lotta contro una terreno che non vuole essere coltivato, che sia un parto, che sia una perdita.
Le cose rotte si aggiustano, o vengono sostituite, o vengono dimenticate.
Le persone diventano sempre più piccole, abbastanza piccole da potere entrare nei ricordi, e alcune ci restano sempre, altre diventano ombre e poi svaniscono e ritornano solo quando qualcuno, una sera, ti chiede, ma lo sai che fine ha fatto, lui? E all’inizio ci devi pensare, devi richiamare alla mente un volto, i momenti vissuti insieme, e non sai che fine abbia fatto, no, e pensare che avevi creduto di non potercela fare, a stare senza di lui, quando ti aveva detto addio ti eri sentita spezzare il cuore che non è un modo di dire, si sente proprio un dolore fisico in mezzo al petto, si sente proprio qualcosa che si lacera, che viene strappato via, ed è vero che si potrebbe dire, sentire spezzare i polmoni o, sentire spezzare le costole o sentire spezzare qualunque cosa si trovi nella gabbia toracica, che è dove la sensazione si concentra, ma la fitta che poi rimane, mentre piangi e non riesci a respirare, e in alto, leggermente a sinistra e grande come un pugno.
Ho detto: non ce la faccio, e mi sono sentita rispondere, non ce la farai, eppure ce l’ho fatta – e chissà cosa vuol dire, farcela, esserci, continuare a vivere, imparare a guardare nella giusta direzione, capire che qualcosa si perde sempre, che qualcuno si perde sempre, che tutto è perdita e tutto è fatica ma ci sono quei momenti, quei momenti che sono come una finestra che si spalanca all’improvviso.
A non farcela è la persona che eri prima che, con un pezzo in meno e con un pezzo in più, continua a farcela, andare avanti. A non farcela è la persona che avresti potuto essere ma è una persona che non è mai esistita e non essendo esistita non ha mai avuto la possibilità di potercela fare.
A non farcela è stata quella me, e quella, e quell’altra e l’altra ancora, ma questa è qui, questa che ora, ancora, pensa di non potercela fare, questa che sa, in fondo, che in un modo o nell’altro ce la farà e sarà un’altra e sarò io e nel momento in cui ci ritroveremo, quando tutta la vita ti scorre davanti, almeno una di loro avrà qualcosa da sorridere.

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