The Cactus Where Your Heart Should Be

Ci sono delle parole che faccio fatica a usare, quando scrivo. Sono parole consumate a furia di canzoni e biglietti di auguri, parole che mi mettono a disagio come un congiuntivo sbagliato, parole che mi fanno arrossire perché mi fanno tornare alla mente ogni volta che ho lasciato uscire una parola pesante dalle labbra come se fosse una parola leggera, ogni volta che non ho pensato che le parole sono importanti e dovremmo comportarci come se ne avessimo una scorta limitata, centellinarle senza sciuparle, dirle al momento giusto, scandendole lentamente.
Una delle parole che faccio fatica a usare è la parola: cuore.
Mi ricordo quando lei ci aveva chiesto se avevamo mai visto un cuore. Andate in macelleria, aveva detto, chiedete al signore dietro al banco, per favore, potrei vedere un cuore? Ma quasi nessuno di noi andava in macelleria, la carne la compravamo al supermercato, la lonza di maiale che sta tra la schiena e il sedere, lontana dal cuore.
Com’è fatto il cuore? Ci aveva chiesto, e poi: disegnatelo, e noi tutti avevamo tracciato una V aguzza e sopra due colline, mentre lei già rideva sapendo che avremmo sbagliato, mentre lei dall’armadio prendeva un modello per farci vedere com’era davvero.
Poi ci aveva fatto stringere il pugno e ci aveva detto di guardarlo. Il cuore, il vostro, è grande esattamente così, e noi tutti stupiti con la bocca aperta a rigirarci il pugno davanti agli occhi e portarcelo al petto e chiederci come facesse una cosa così, diciamo, piccola, a fare da pompa al sangue e farlo girare dalla testa ai piedi del nostro metro e una sciocchezza, come facesse una cosa così, diciamo, minuscola, rispetto a quello che pensavamo, che avevamo pensato, tutte le volte che avevamo sentito dire: un cuore grande così, con le braccia allargate al massimo, tutte le volte che ci era stato detto dalla mamma che nel suo cuore c’era spazio sia per noi che per i nostri fratelli e cose del genere – come facesse a contenere tutto quello che c’era da contenere, quando ancora credevamo che il cuore fosse un luogo e non un organo.
Io ho le mani piccole e sarà per questo che nel mio cuore c’è poco spazio e si riempie in fretta di qualcosa che tracima nelle coronarie irrigidite dal fumo e – lo dico, adesso lo dico – l’amore mi arriva dappertutto – amore è un’altra delle parole che non vorrei mai usare, dire amore è come salire su un palco e picchiettare sul microfono per richiamare l’attenzione e dichiarare: devo fare la cacca – mi arriva nei capillari tortuosi della retina facendomi vedere ovunque te, mi arriva nei polpastrelli delle dita facendomi sentire il tuo calore su questi tasti o nelle mie tasche, mi arriva nelle arterie dalle quali zampillerebbe come una fontana di note musicali, nelle vene dalle quali uscirebbe lento e continuo come l’acqua dal bicchiere mezzo pieno tutto pieno della mia vita con te, mi arriva nel naso e finisce nel fazzoletto nel quale soffio troppo forte la tua mancanza, mi arriva alle guance imporporandole ora, ora che ho scritto le parole che fatico a scrivere.

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7 thoughts on “The Cactus Where Your Heart Should Be

  1. E’ vero, ci sono delle parole talmente abusate e logore che solo al pronunciarle provocano imbarazzo e appaiono chiaramente in tutta la loro ridicolaggine. Per questo, bisogna attentamente valutare quando e se utilizzarle.

  2. “lui non ebbe neppure il coraggio di guardarla. sentiva il suo sguardo serio, lucido, sciloargli addosso, alla ricerca di un confronto, ma in quel momento era lui che aveva abbassato la testa, per guardarsi i piedi. avrebbe voluto confortarla dicendole che le parole non hanno nessun potere, sono vuote di per sé, prive pure di qualsiasi significato. stava a loro dargli un peso, un potere. senza di loro le parole non sarebbero state altro che dei semplici contenitori vuoti, un po’ come dei regali di natale tutti belli impacchettati, fatti però solo di nastri luccicosi e carta colorata, piegata alla perfezione, ma senza il regalo vero e proprio: la confezione senza neppure il pensiero.”

  3. io la maestra, quella, la tua, l’ho sempre odiata. mi ha torturata per tre anni, dentro e fuori da scuola. Finalmente riesco a dirlo a qualcuno che io non veda una volta a settimana, 45 minuti, per sessanta euro.

    1. (c’era una cosa che avevo scritto per te e forse non l’hai mai letta o forse l’hai letta e hai fatto finta di niente – e io non ho nessuno da cui andare una volta alla settimana perché non ci credo più, anche se non dovrei dirlo, e allora certe cose le dico qui, sperando che arrivino a destinazione. e per essere sicura che arrivi a destinazione, quella cosa, eccola qui)

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