Matching Weight

Ho un vago ricordo di quando ero abbastanza piccola da potermi sedere in braccio a mia madre, senza bisogno di chiedere: mi prendi in braccio, per favore? Solo avvicinandomi, allargando le braccia e, una volta seduta, restare con la testa appoggiata tra la sua spalla e la sua guancia a sentirne l’odore, l’odore di madre – grattare la  mia, di guancia, arrossata dal suo maglione di lana che non mi importava pizzicasse, nel momento in cui potevo raggomitolarmi lì, dove niente di brutto mi sarebbe potuto accadere. Non ricordo invece cosa sia avvenuto dopo, quando e come sia giunto il momento in cui ho capito o mi è stato detto: sei troppo grande – non ricordo se davvero fossi troppo grande o se fosse il mio corpo a esserlo, il mio corpo cresciuto in fretta.
Ricordo meglio quando ho iniziato a sedermi in braccio a loro, agli altri. Così come riuscivo ad abbandonarmi sulle gambe di mia madre, sulle gambe di chiunque altro mi sentivo sempre sulle spine e finivo per spostare tutto il peso sulle punte dei piedi, i glutei contratti, finivo comunque per preoccuparmi e chiedere in continuazione: ti faccio male? Ti peso? Per agitarmi e alzarmi e camminare fingendo di essere piena di movimento nelle ginocchia, un movimento che non potevo fermare, e nessuno, fino a quando non sei arrivato tu, mi ha mai mandata a cagare spezzando il mio sforzo, stringendomi le braccia intorno e spingendomi all’indietro e tenendomi come se le sue gambe fossero fatte apposta per portare il mio peso, riportarmi a quella sensazione – di essere piccola e intoccabile, di essere protetta e invincibile.
Ho un vago ricordo di avere preso in braccio mia madre per scherzo per paura di farlo sul serio – non volevo che fosse piccola, volevo solo trovare un modo alternativo per sentirla vicina continuando comunque a essere figlia.
Ho pensato che se anche il mio corpo fosse stato fatto per portare il tuo peso niente sarebbe potuto andare male. Ho ignorato il modo in cui il tuo petto toglieva aria al mio, perché pensavo di poterti respirare attraverso la pelle o la bocca, perché pensavo che con te non avrei avuto bisogno di respirare se non per prendere fiato di tanto in tanto, ho ignorato il modo in cui le tue mani intorno ai miei polsi finivano per illividirli perché quei cerchi viola mi parevano dei bracciali, i bracciali che avrebbero detto a tutti del nostro amore, bracciali nuziali. Ho accarezzato ogni centimetro della tua personalità impiegandoci mesi per percorrerla tutta, trovando un posto per ognuno di essi nella mia vita già piena. Ho preso tra le braccia l’àncora che ti teneva legato al dolore passato per limartela via a ogni perdono – mi sentivo invincibile e sono stata vinta – da me stessa, che ho esaurito la pazienza, da te che non ne hai mai avuta, dalla vita che impaziente sfoglia il calendario delle possibilità e ne resta solo una, quella che avrei voluto avere, quella che pensavo volessimo insieme, quella che non avremo mai.

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