Quando sto così (remix)

Quando sto così ci sono delle cose che di solito non mi fanno rabbia e invece, quando sto così, mi fanno rabbia. La maestra diceva che rabbia e arrabbiare non andavano bene, e neanche incazzare, ovviamente, e io non ho mai capito come si deve dire, quella sensazione che fa stringere i pugni e tremare le cose intorno come quando fa molto caldo, nei temi in classe giravo intorno alle parole – l’uomo si alterò; Marco si sentì ribollire il sangue nelle vene; io mi infuriai; la mamma era in collera con me.
Certi dicono che stare così è, in un certo senso, una conseguenza della repressione della rabbia, che verrebbe rivolta infine contro se stessi, ma si dicono talmente tante cose, sullo stare così, nessuna delle quali davvero sicura, che non vale la pena parlarne se non in questo modo, nel modo in cui ne sto parlando adesso, associando la sensazione che provo quando sto così a un ricordo infantile a un ricordo degli anni dell’università.
Le cose che mi fanno rabbia quando sto così sono cose belle e delicate. I bambini molto piccoli e molto rosei e molto biondi, per esempio. Certi fiori. Se volassero ancora, mi farebbero rabbia quelle farfalle con le ali viola chiarissime che ho visto per la prima volta sulla riva del Po. Alcuni tessuti particolarmente pregiati e sottili al punto di essere trasparenti. Le pagine dei Meridiani Mondadori, quelli veri, non quelli in allegato alle riviste.
Quando sto così e vedo queste cose belle e delicate ho voglia di romperle o di rovinarle; un desiderio fortissimo, che mi consuma. Un desiderio che comprendo solo ora, pensando a ciò che accomuna queste cose, le cose che, quando sto così, suscitano in me qualcosa che posso solo definire: violenza. Queste cose non sono solo belle e delicate. Queste cose belle e delicate sono destinate a morire o a cambiare perdendo le loro qualità di bellezza e delicatezza, a scomparire o diventare brutte o goffe o lacere o consunte. E allora quello che mi fa rabbia non è la cosa in sé, credo, ma l’ovvia ingiustizia che ha colpito me – che pure non sono mai stata bionda e rosea né mai ho avuto ali viola né sono pregiata (ma sono trasparente) – e che continua a colpire e colpire senza risparmiare nessuno, senza risparmiare nemmeno le cose piccole e delicate e belle, e il mio desiderio di imbrattare o rovinare o violentare o calpestare queste cose piccole e delicate e belle è in realtà l’unica rivincita che mi sembra di potermi prendere dall’essere stata imbrattata, rovinata, violentata, calpestata. Rotta.
Sono l’uomo imbrogliato dal dio che si vendica facendosi dio egli stesso ma, a differenza del dio, che è incapace di rimorso, convivo col senso di colpa della mia vendetta – della mia violenza e della mia tracotanza.
Sono l’uomo imbrogliato dal dio che si vendica facendosi dio egli stesso ma, a differenza del dio, capace di compassione, piango le mie morti veloci mentre lui ride delle sue lente agonie.

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2 thoughts on “Quando sto così (remix)

  1. dici di essere trasparente
    non so se ti ricorda qualcosa:
    La tua pelle era così chiara che ci si vedeva attraverso, e non dico solo le vene, quelle scure rosse e blu piene di sangue venoso arterioso da portare e riportare dal cuore e verso il cuore, ma anche i muscoli, ti si vedevano le fibre sottili appena sotto; le ossa, più delle loro estremità spigolose che cercavano di scappare dalla tua figura, le forme con cui si attorcigliavano su se stesse per formare l’ulna e il radio; e ancora, ancor di più, nuvole di pensieri vaporosi che vagavano in su e in giù, privi di resistenza o gravità. Si vedevano i tuoi dubbi, le tue sofferenze, le domande che ti ponevi o non ti ponevi ma che in qualsiasi caso non trovavano risposta; i tuoi umori, felici sorpresi spensierati ma anche cupi tristi e solitari; si vedevano i ricordi con i quali continuavi a giocare, le sensazioni provate e quelle che agognavi. Ogni cosa si vedeva, ed era come se fosse una specie di fumo scuro o dai colori accesi, a seconda della natura, che cercava di riempirti tutta senza però mai riuscirci sul serio. C’erano sempre degli spazi vuoti, pieni di nulla, lì attorno al polso; e mi domandavo quale fosse la densità di questo nulla, non lì dove contava poco, sulle braccia sulle dita o sul braccio, ma magari nell’interno, dove il peso specifico cambiava sensibilmente, magari dentro il petto e vicino al cuore.

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