autophobia

Ho come l’impressione che scrivendo di notte mi riesca di evitare le trappole della censura inconsapevole che mi impediscono, quando la luce mi rischiara la mente e le parole, di dirmi completa – di dirmi non solo persona ma bestia, di permettermi di dare voce a tutti quegli istinti che, durante il giorno, cerco di tenere a bada, a tutti i baci appassionati che darei succhiando il respiro da altre bocche e che tramuto in innocui sorrisi, in tenere carezze, consapevole della goffaggine che qualunque mio gesto – impulsivo o ragionato – porterebbe con sé scoprendomi per quella che sono – la persona sbagliata nel corpo sbagliato, l’uomo imprigionato nelle curve da donna, la donna senza spigoli se non nel carattere cocciuto – il mostro capace di suscitare solo ilarità e compassione, disprezzo per la mancanza di controllo con la quale porta il cibo alla bocca arrotolandolo nella sua proboscide, deglutendolo senza masticare.
Non ho più segreti: ti basta guardarmi, vedermi, per comprendere esattamente l’errore che sono diventata, le guance gonfie di tutte le sconfitte che ho inflitto e che mi sono state inflitte, il ventre molle di rinunce, le cosce grasse di rassegnazione. Se avessi accettato di vincere o perdere senza mettere di mezzo l’orgoglio, se avessi imparato a non lasciare andare ciò che è mio, se avessi saputo correre – se avessi saputo quando scappare e quando andare incontro a un abbraccio – allora sarei rimasta più vicina a ciò che ero, a ciò a cui ho continuato a cercare di somigliare, alla donna che mi penso fino a quando un riflesso di me stessa non mi mostra l’orrore del modo in cui la gola mi mangia la gola rendendola simile a quella dell’anfibio che, per non sapere scegliere tra i due elementi, si è dannato a una vita di metamorfosi e di incompletezze, i piedi bagnati e la testa asciutta, fino a quando un riflesso di me stessa non mi mostra lo sguardo, che avevo creduto ampio e profondo e invece è di occhi piccoli e duri come bottoni, di occhi piccoli e ottusi sui quali le palpebre cascano molli della mollezza dei pigri e degli ingordi, dei lussuriosi disonesti, dei superbi incantatori di serpenti o di se stessi.
La vita mi ha trasformata in ciò che detesto e io l’ho aiutata a plasmarmi prendendomi cura solo di un pezzo alla volta, ho avuto la testa troppo grande, ho avuto le spalle troppo strette, ho sempre avuto mani piccole e piccoli pugni per dare poco, la bocca larga per dire troppo – il mio desiderio è enorme e grottesco e mi diventa sul viso implorazione, il mio amore crudele è una tela imbozzolata intorno a involucri che lascio vuoti e che mi lasciano altrettanto vuota, altrettanto involucro, le pupille dilatate sono i buchi da cui prendo e ciò che prendo sempre è sempre, sempre uguale a ciò che sputo – non lasciarmela spuntare, questa volta, spinta spalle contro al muro forse forse sarò in grado di espiare, di espirare, di lasciarti liberare dalle spire, di lasciarmi liberare per sparire.

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One thought on “autophobia

  1. …è favolosa! sei riuscita/o a descrivermi in poche righe. E’ come se mi fossi letta dentro, come se fosse uscito fuori tutto quello che tengo nascosto! grazie

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