La misura delle cose

La prima cosa che noto è il modo in cui si è rattrappita e di conseguenza il fatto che ha pochissime parole da usare, sempre le stesse per chiamare cose e persone diverse. Nel mio corpo ce ne stanno moltissime ma non tutte quelle che vorrei perché non sono abbastanza alta né le mie dita abbastanza lunghe, quindi ho dovuto rinunciare alle parole che finiscono con -mente e agli -issimo, per iniziare, ho sfogliato tutto il dizionario dal principio alla fine e le ho misurate, le parole, contando le lettere. Ho segnato i significati simili, scelto, mi sono riempita le guance come un criceto, ci ho imbottito il reggiseno.
Lei si è svuotata. Di solito si dice: pelle e ossa, ma a vederla sembra solo pelle e dentro niente, pelle che pende, pelle tenuta in piedi dal vestito allacciato stretto – comunque curva in avanti perché la pelle, in qualche modo, tende verso la terra.
Se mai dovessero chiedermi: di cosa è fatta la pelle? Prima di tutto ci dovrei pensare, poi risponderei: di acqua. A volte di fuoco. In certe carezze sembra fatta d’aria, ma alla terra proprio non ci penserei, quando invece mi basterebbe guardare certe mani e il modo in cui, la terra, entra nelle spaccature e non ne esce più, neanche col sapone.
Ogni cosa cerca di tornare alla cosa precedente. Sembra che tutto si muova in avanti, ma è un inganno. Il seme diventa fiore diventa frutto, ma per tornare seme. Potrei fare molti altri esempi.
Lei sta tornando.
Le frasi che costruisce sono come quelle di mia figlia che è piccola e di conseguenza ha pochissime parole da usare. Quando compie gli anni la sveglio con un bacio sulla fronte, la porto in cucina, accanto al frigorifero, le raddrizzo le spalle mentre lei cerca di stropicciarsi gli occhi. Con il pennarello segno la sua altezza, calcolo, di quanto è cresciuta? Le preparo la colazione e insieme al latte e ai biscotti le faccio trovare un pacchetto pieno di parole nuove. Quest’anno ha imparato: alfabeto, bistecca, coro, destino, elicottero. Certe parole lunghe è meglio impararle da piccoli, i tessuti sono ancora elastici e la pelle non si smaglia.
Tutti pensano che ripeta le stesse cose in continuazione, ma non è davvero così. L’intonazione è sempre diversa, è solo che sono le uniche parole che le sono rimaste. Dicono: continua a lamentarsi, e ci credo, voi non vi lamentereste? Chiede un bicchiere d’acqua e nessuno capisce. Si alza per prenderselo da sola e qualcuno la insegue, la ferma, la riporta alla sedia. dove stai andando, mamma? Le chiedono, e lei risponde e vedo mio cugino sul divano che sbuffa, ci risiamo, ancora a lamentarsi.
Fa i capricci, dicono. Fa i capricci come i bambini. Non capiscono che anche loro farebbero così, se nessuno li ascoltasse. Io so che lo farei. Durante la gravidanza ho preso dieci chili di parole; tre chili li ho persi con mia figlia.
La sua prima parola è stata: arancione.
Gli altri li ho persi nel periodo dell’allattamento. Mi dispiaceva separarmene, ma alla fine sapevo che sarebbero finite in bocca a lei, e allora va bene così.
La domanda che mi resta è una sola: in base a cosa si sceglie l’ordine con cui si perdono i nomi dei figli e dei nipoti, dei cibi, delle strade, e si resta con una sola frase? Quella frase vorrà dire qualcosa. Vuole tornare al lago.
Anch’io voglio tornare al lago. Se davvero fosse una scelta avrei scelto le stesse parole. Le dicono, adesso è tutto chiuso, ci andrai quando torna l’estate.
Mi piace pensare che ci creda e che anche se non ha più le parole per dirlo le restino le immagini delle montagne che si specchiano nell’acqua, delle onde mosse con i piedi, del tepore sulle braccia. Ma lei sa che l’inverno non finisce. Si alza per andare verso la finestra, qualcuno la segue, la abbraccia: vieni a sederti con noi, mamma. tanto fuori piove.

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