track number four

Quando ero piccola mi piacevano tre cose: le meringhe, i libri della biblioteca e la pesca di beneficienza.
Nella pesca di beneficienza non c’era niente che non andasse. Le persone dietro il banco erano sempre gentili e sorridenti e si muovevano davanti ai premi, scale di premi, e certo ce n’erano alcuni migliori di altri, come la bicicletta o il piccolo forno o l’armonica a bocca, ma tutti i premi avevano un loro fascino particolare. Anche il set di cucchiai di legno, ancora bianchi e mai intinti nel sugo del brasato, anche le presine colorate così sottili da bruciarsi insieme alle dita se usate per prendere i manici bollenti delle pentole, e certi vasi o brocche o contenitori di ceramica orlati d’azzurro, i tappi di plastica per le bottiglie di vetro dell’acqua.
Alla pesca di beneficienza le persone dietro il banco insistevano sempre perché fossi io a infilare la mano nella boccia dei numeri perché, dicevano, i bambini piccoli sono più fortunati. La mamma mi prendeva in braccio, allora, e mi diceva di mescolare e mescolare e poi pescare un ditalino rigato dentro al quale, avvolto, stava un biglietto. Mi appoggiava per terra, sfilavamo il biglietto e il ditalino rigato si poteva buttare per terra insieme alle altre centinaia di ditalini rigati tutti calpestati e rotti che facevano rumore di conchiglie o di uova rotte sul bordo dell’insalatiera per fare la torta, srotolavamo il biglietto e mi diceva: leggi. Io leggevo, seguendo speranzosa il movimento delle persone dietro il banco che ogni volta allargavano la bocca e dicevano, questo sì che è un bel premio! E mi allungavano tre strofinacci a quadretti; uno scolapasta di plastica bianca; un vaso con la scritta: caffè.
A volte sul biglietto non c’era scritto un numero. A volte sul biglietto c’era scritto: consolazione. Un cartello diceva che, se avessimo raccolto dieci consolazioni, ci saremmo potuti presentare sul retro del banco a ritirare la nostra consolazione. Tienile da parte, mi diceva la mamma, che poi domani torniamo! Ma non tornavamo mai, e io restavo con questi biglietti in tasca, questi biglietti che dicevano: consolazione.
La consolazione era il premio più bello. Non ero mai stata dietro al banco, ma immaginavo poltrone comode e uomini e donne con la testa inclinata leggermente di lato, gli occhi umidi, le labbra un poco imbronciate, pronti a prendermi in braccio non appena avessi allungato loro i dieci biglietti per carezzarmi la testa e dirmi, va tutto bene, non è successo niente, se hai bisogno di piangere piangi, sfogati, affonda pure il viso nella mia camicia che profuma di sapone di marsiglia e di sole, e mi avrebbero offerto fazzoletti – non quelli di stoffa che restavano croccanti di muco nelle tasche dei cappotti fino alla fine dell’inverno, non quelli di stoffa che mi arrossavano il naso al primo soffio – fazzoletti di carta, fazzoletti balsamici, fazzoletti morbidi nei quali tenere al sicuro tutte le mie paure prima di gettarle nel bidone dell’immondizia.
Speravo che le consolazioni si potessero accumulare di anno in anno finché non sarebbe arrivato finalmente il giorno in cui sarei stata consolata, e invece succedeva sempre che i biglietti con la scritta: consolazione, finissero in lavatrice con i jeans che indossavo e, qualche tempo dopo, infilando le mani in tasca per nasconderci una castagna dell’ippocastano, mi ritrovassi tra le dita pelucchi rosei di qualcosa che era stata carta e non lo era più, e nessuno che mi potesse consolare per quella perdita, nessuno che mi potesse consolare dell’idea che nessuno mi avrebbe consolata, né per quell’anno né per quello a venire.

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