Letters home #3

Ogni tanto vorrei che fossi tu a chiedermi che storia vuoi ascoltare, mentre stiamo qui seduti insieme in sala d’attesa. Mi sento il tuo sguardo addosso e a volte è come una carezza, e a volte è come una domanda o una preghiera, riempi questo silenzio, mi chiedi con gli occhi, non lasciarmi solo con i miei pensieri. Io allora cerco di inventarmi qualcosa: a volte è la prima parola che mi viene in mente, a suggerirmi cosa raccontarti, a volte è un brandello di sogno, a volte un’emozione che colgo da chi entra o da chi esce, gliela rubo e la impacchetto per regalartela. Tu non parli mai. Tutti i miei rapporti sono così: io parlo e tu ascolti, tranne quando è il contrario. A me nessuno racconta una storia, però, me le devo andare a cercare da sola e mentre tutti dormono le illumino con la lampada da comodino e lascio che mi tengano compagnia finché la stanchezza non mette in azione le pillole chiudendomi gli occhi.
Pensi che sia semplice, per me, trovare ogni volta qualcosa di nuovo da raccontarti. Pensi che sia semplice perché lo faccio sembrare semplice, mi nascondo la faccia tra le mani mentre penso e tu credi che io stia dormendo o che abbia mal di testa e mai e poi mai pensi che, in realtà, sto pensando a cosa raccontarti questa volta. Mai e poi mai pensi che, in realtà, sto cercando di intuire: cosa vorresti sentire oggi? Di che parole hai bisogno? E sarebbe tutto così semplice, se tu chiedessi. Io risponderei – non dico che risponderei sempre, a volte avrei bisogno di pensarci, di maturare certe frasi, ma se tu mi chiedessi la storia che vuoi ascoltare io te la racconterei e finalmente mi sentirei ascoltata.
So di avere questa abitudine, di cercare di nascondere la fatica che faccio – la fatica che faccio a muovermi, la fatica che faccio ad avvicinarmi a te e a lasciarmi guardare senza arrossire, senza sbattere le ciglia in continuazione, senza nascondere le mani nelle maniche o il naso nel collo del maglione – ma ti ho lasciato tanti indizi e allora, dimmi, che storia vorresti ascoltare, oggi, domani? Se mi dici che storia vuoi ascoltare, prometto che te la racconto, mi vedi? Non ho niente da perdere, avevo la vergogna, prima, ma poi l’ho lasciata da qualche parte e adesso non ho più imbarazzi, non ho più pudore – solo non voglio vederti distratto guardare altrove – sai che potrei trattenerti qui inanellando parole da questo momento all’eternità o qualcosa di meno, perché tendo a parlare troppo veloce, ma se mi fermi le mani tra le tue e mi chiedi, raccontami di quella volta che – allora riesco a riprendere il respiro e il ritmo giusto, e non è necessario che tu mi tenga le mani sempre, puoi anche lasciarle andare, dopo un po’ – l’unica cosa necessaria è questa, che tu mi dica: che storia vuoi che ti racconti? Che tu mi infili un bigliettino nella tasca: che storia vuoi ascoltare?

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6 thoughts on “Letters home #3

  1. Ho sentito dentro: lo stomaco strizzarsi come uno straccio bagnato, il cuore sciogliersi come un gelato al sole e l’intestino annodarsi stretto e forte facendo contrarre gli addominali come se stessero per ricevere un pugno ben assestato. I polmoni rimanere in apnea anche dopo aver finito di leggere e il cervello perso, come se fosse schizzato via in un’altra dimensione.
    Parli la lingua di tutti.
    Nessuno credo, possa riuscire a leggerti senza provare, chi più chi meno, un senso di appartenenza alle tue parole, alle tue immagini.
    Potenti e avvolgenti, crude ma poetiche.
    Grazie Chiara!
    Auguri sinceri per il tuo Romanzo, te lo meriti.

  2. “So di avere questa abitudine, di cercare di nascondere la fatica che faccio – la fatica che faccio a muovermi, la fatica che faccio ad avvicinarmi a te e a lasciarmi guardare senza arrossire, senza sbattere le ciglia in continuazione, senza nascondere le mani nelle maniche o il naso nel collo del maglione – ma ti ho lasciato tanti indizi e allora, dimmi, che storia vorresti ascoltare, oggi, domani? Se mi dici che storia vuoi ascoltare, prometto che te la racconto, mi vedi? Non ho niente da perdere, avevo la vergogna, prima, ma poi l’ho lasciata da qualche parte e adesso non ho più imbarazzi, non ho più pudore – solo non voglio vederti distratto guardare altrove – sai che potrei trattenerti qui inanellando parole da questo momento all’eternità o qualcosa di meno, perché tendo a parlare troppo veloce, ma se mi fermi le mani tra le tue e mi chiedi, raccontami di quella volta che – allora riesco a riprendere il respiro e il ritmo giusto, e non è necessario che tu mi tenga le mani sempre, puoi anche lasciarle andare, dopo un po’ – l’unica cosa necessaria è questa, che tu mi dica: che storia vuoi che ti racconti?”.

    No comment.

  3. Ma solo io mi sento di rispondere alla domanda?

    Vorrei sentire la storia del naso, quello che ha da dire preso tra piercing e maglioni; non vorrei gli venisse lo sghiribizzo di scappare, anche se a sapere dove abito gli potrei pure offrire asilo politico e qualche fazzoletto da usare come giaciglio la notte.

    Però, ripensandoci, la domanda è un trabocchetto crudele. Se immaginassi una storia da chiedere starei già cominciando a raccontarla da me: sarebbe mia, e in bocca a un’altra bocca non riuscirei ad ascoltarla, mi annoierei conoscendola già dall’inizio alla fine. Vorrei sentire le tue, di storie, che non conosco, e ascoltare in ogni momento quello che ti va di dire, o i silenzi che ti va di fare, che sono parte integrante della tua storia di cui la storia che devi ancora cominciare o che non inizierai più perché sei stanca è solo una parte.

    E poi perché questa visione manichea: non resta che creare un racconto o subirlo? Ramificare versioni, suggerire sviluppi, rincorrersi vicendevolmente i dettagli, come se si intrecciassero i versi di un limerick: quello sì che sarebbe divertirsi insieme; ma forse servono convinzioni diverse e un cuore più leggero, lo dico anche pensando al mio.

    1. ciao mario,
      grazie. per avere risposto alla domanda, per avermela mostrata in tutti i suoi aspetti, quelli che non ero riuscita a vedere, per avermi risposto rifiutando di rispondermi, per avermi ricordato che questa cosa si fa in due, che non c’è soggetto attivo e soggetto passivo, che ci scrive crea e chi legge crea altrettanto.

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