the game of life is hard to play/i’m gonna lose it anyway

Lei non mi aveva riconosciuta perché non ricordava niente. Io credevo di sì e l’avevo salutata, ecco come avevamo iniziato a parlare; l’avevo salutata e lei aveva ricambiato il saluto, si era avvicinata e mi aveva detto, scusa ma non sono sicura di sapere chi sei.
Io avevo pensato, impossibile, eravamo qui insieme una settimana fa, ma ero stata zitta.
A mia nonna hanno detto, scriviti le cose che non ti vuoi dimenticare, ma lei si dimentica di averle scritte, dove ha messo i biglietti, a volte dimentica di scriverle.
Sei venuta qui a trovare qualcuno? Mi aveva chiesto, allora avevo sorriso e le avevo detto, no, no, sono qui per un controllo.
Si stupiscono perché mia nonna si ricorda alcune cose successe molti anni fa, ma è normale, le ha raccontate e sono diventate storie, stanno da qualche altra parte e resistono mentre le non-storie vengono cancellate fino a che le storie non diventeranno vita e penserà di avere ancora vent’anni.
Scusa se non mi ricordo di te, non importa, a volte mi capita, succede a tutti, ho questi periodi questi momenti in cui le cose succedono ma io sono altrove, e allora ho annuito, lo so. Pensavo che qualche giorno prima eravamo nello stesso punto, io appoggiata al muro, lei che teneva aperta la porta con la punta del piede perché non si chiudesse lasciandoci fuori.
Mia nonna prende i vestiti della badante e li butta dalla finestra. Una volta ha mangiato dieci scatole di tonno una dopo l’altra, buttava le latte vuote nella spazzatura e pensava di non avere ancora cenato.
Pensavo alle cose che mi aveva raccontato e a quelle che le avevo raccontato io, e non sapevo se fare finta di niente per giocare ad armi pari o dichiarare in modo esplicito la superiorità che mi veniva dal sapere di lei più cose di quante immaginasse. Gli squilibri di potere mi fanno sempre sentire impotente.
Mia nonna ricorda solo i nomi di quelli che sono già morti. Vuole andare al cimitero a trovarli o a fargli compagnia.
Le ho detto, mi chiamo, le ho detto, anni, studio, ho aggiunto, una settimana fa ero qui, mi sono corretta indicando una qualche stanza dietro la barriera di porte e vetri e serrature, anzi lì.
Lei ha dilatato le pupille, si è coperta la o della bocca con la punta delle dita. Perché? Mi ha chiesto, ha aggiunto, anch’io. Ho abbassato lo sguardo pensando al suo corpo nudo e bianco contorto sulle piastrelle lerce del corridoio, al modo in cui si era liberata dei vestiti, delle lenzuola che cercavano di avvolgerla, delle mani intorno ai suoi polsi. Non devi rispondere per forza, mi ha detto, attribuendo il mio imbarazzo alle parole sbagliate.
Avrei voluto dirle quanto amo la ragazza nuda con i denti sporgenti che piscia nel corridoio, il suo corpo bellissimo contorto in un angolo le punte divergenti dei seni le punte convergenti dei piedi mentre getta indietro il mento e cammina e si arrotola nell’angolo in fondo a destra e parla con la gola e sbava sui camici bianchi sulle braccia gonfie e pelose degli infermieri.
Avrei voluto dirle che amo gli occhi azzurri dell’uomo seduto al mio fianco che mi offre ancora un’altra sigaretta e il fumo che mi esce dalla bocca si intreccia azzurro con il suo mentre parla della scossa e mi sfiora le tempie con le dita gialle e chiudo gli occhi e convulso.
Avrei voluto dirle che amo la donna con la radio nella pancia e le pile che si sciolgono nel suo stomaco suonando un’ultima canzone, che amo il delirio senile della mia compagna di stanza che mi tiene sveglia la notte in attesa di trasferimento. Che amo i bicchieri di plastica con scritto il mio nome, il cigolio del carrello, le serrature rotte dei bagni, che amo il modo in cui il dottore mi strofina il culo con l’alcol prima di iniettarmi la calma.
Quando mi accorgo che sto iniziando a scordarmi una cosa che mi è successa la scrivo. Ogni volta che la riscrivo cambia, ma almeno resta al sicuro.
Io avevo già raccontato la storia così tante volte che ormai era diventata davvero una storia da raccontare, con un inizio e una fine e, in mezzo, alcune pause a effetto.
Le ho descritto il modo in cui avevo chiuso tutte le imposte e la porta a chiave lasciando la chiave nella toppa.
Le ho descritto il modo in cui avevo forzato la cassetta di sicurezza.
Le ho elencato i veleni che conteneva.
Ho portato la mano alla tasca per mostrarle che non avevo tremato nell’estrarre la boccetta di antiemetico, lei tratteneva il fiato e si stringeva nelle spalle come se avesse freddo.
Poi ho preso la bottiglia, ho detto.
Allora hai fatto sul serio, ha detto lei.
Adesso siamo più o meno pari.
Se chiedi a mia nonna come si chiama ti risponde, non sono mica cretina, solo che adesso non mi viene in mente.

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