It is in the humble opinion of this narrator that this is not just “something that happened.”

La prima volta l’aveva visto alla televisione. Doveva avere incontrato il giornalista in uno dei suoi giri, si sarà fatto offrire qualcosa da bere, pensava, un paio di bicchieri e la lingua sciolta e la mano sulla spalla e prima ancora che il giornalista potesse rendersene conto il servizio era stato concordato.
L’aveva riconosciuto subito, a differenza di molti lui aveva un viso che non si scorda facilmente. Gli occhi, soprattutto, non di quell’azzurro slavato che tende al grigio di certi cieli di pianura, un azzurro intenso che corteggiava il verde, risucchiato dalle pupille dilatate. L’aveva riconosciuto subito e si sentiva strana a sapere di lui più di quanto lui sapesse di lei, o almeno così credeva.
Il giornalista, immaginava, smaltito l’effetto del vino bianco doveva avere sfogliato l’agenda, ricevuto telefonate, organizzato interviste con il prete che dopo anni sulla sedia a rotelle aveva ricominciato a camminare e l’assessore fiero di inaugurare la sua prima rotatoria.
Lui girava con l’elenco del telefono arrotolato in tasca, mancavano la erre e la o appallottolate nella punta delle scarpe bagnate, la effe l’aveva usata per scrivere poesie e piegarle a forma di un uccello che teneva nel sacchetto della coop con gli accendini, le monete e un guinzaglio senza cane ritrovato annodato a una panchina al lungolago, non aveva un orologio e il telefono staccato gli serviva solamente per chiamare il padre morto, aspettava che l’edicola abbassasse le difese alzando le saracinesche alle cinque di mattina per richiedere il favore – un’urbana, posso fare solo una telefonata?
Lei nemmeno si era accorta dell’odore del cappotto né di lui che domandava: cosa fumi? Che guardava o che fingeva di guardare un qualche punto fuori della recinzione, fino a quando non aveva – lui – tirato via il cappello, un fedora deformato dalla pioggia, gliel’aveva messo in testa sui capelli troppo corti – ti conosco, aveva detto – lei – mi ricordo quella volta, saran stati quattro anni, eri alla televisione.
Ricordava che lui aveva un po’ parlato del dottore che era bravo, aveva detto, in fondo in fondo stavo meglio in manicomio che poi adesso non so mai che cosa fare e se sto male un po’ mi sembra che non posso fare proprio affidamento su nessuno – non guardava dritto avanti ma restava con lo sguardo appoggiato sulle mani molto grandi che muoveva come a chiedersi, che cosa sto facendo, quella volta dopo un paio di bicchieri raccontare la sua storia gli era parsa un’idea molto geniale, ogni volta che finisce la stagione in cui fa caldo si ritrova con la voglia di far niente delle cose che in estate gli apparivano essenziali.
Lui le aveva infilato un accendino nella tasca – devo andare, aveva detto, appuntamento – e si era alzato gigantesco a salutare – abbassatosi a riprendere il sacchetto della coop le aveva fatto una promessa nell’orecchio, tieni duro, aveva detto, allontanandosi l’aveva vista sempre lì seduta che annuiva con la testa e con le spalle come fosse fusa insieme.
Alla fine del servizio aveva chiesto, ho un appello per voi tutti, e solo allora aveva spento il movimento delle mani e rivolgendosi alla camera guardandola diretta aveva detto, una volta le scrivevo queste cose ma le ho perse e non le so più ricordare non le so più dire bene, se qualcuno che è là fuori vuole farmi ’sto favore, ascoltarmi raccontare e raccontarmi – il montaggio poi finiva e la linea ritornava alle notizie più importanti, a una volpe che qualcuno aveva visto aggirarsi al cimitero, al banchetto delle offerte per rifare il campanile della chiesa, all’ennesimo incidente.
(Ancora le chiede come sto e lei fa finta di scordarsene il motivo e dice, bene – se girando l’angolo verso una nuova corsia del supermercato incontra una delle donne che dicono, stava infastidendo anche te? Bisognerebbe chiamare la sicurezza, guarda altrove e cambia discorso per non dire sì, per non dire no.
L’importante è non parlarne troppo se non in cucina, io sullo sgabello di legno con le gambe graffiate dai gatti, lei sulla porta finestra a sbuffare il fumo nell’orto – a voce bassa parlarne per ellissi e fingendo che si tratti di un’altra che ha il mio viso ma che poi non mi somiglia. lei dice: tu eri, per raccontarmi fino ai quindicianni; dice: lei era, per raccontarmi fino all’altroieri.
Una volta mi ha detto: bentornata, e mi ha abbracciata, come se fossi stata vittima di un sequestro di persona – a lui erano cresciuti i capelli e quando la madre l’aveva ritrovato glieli aveva accarezzati dietro le orecchie, gli aveva scoperto la fronte, voleva rivedergli la faccia come se la ricordava – chi se lo sarebbe immaginato che ti avrei rivista, mi dice lei muovendo lo stesso gesto.
Se le dico, sono sempre stata io, si cambia sguardo e feroce punta il dito all’aguzzina tira fuori quella foto da bambina in cui sono un po’ di lato col berretto ben calcato sulla fronte e sulle orecchie che sorrido – lei non vede che il sorriso è a denti stretti, la risposta a una richiesta o a una pretesa – vede solo le fossette vede solo quelle assenze nelle guance quelle assenze nelle pagine svuotate come se fossi esistita solo fino alla mia prima ribellione alle mie ultime vacanze da bambina – sveglia presto, andare in spiaggia, camminare avanti e indietro tra la sdraio e la banchina).

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