Miss Misery

Lei diceva sempre che la sfortuna è un modo di vedere le cose. Io le rispondevo alzando le spalle, ma avrei voluto dirle che a vedere le cose con i suoi occhi non ci voleva poi molto, a non accorgersi della sfortuna. Non perché i suoi occhi fossero di quel colore azzurro profondo che aggancia gli sguardi, o per via dell’eleganza con cui li portava, ai lati del naso dritto, come se tra il mento e le spalle al posto della pesantezza del collo avesse avuto una nuvola. È che la sfortuna in genere sta in basso, dove le scarpe grattano contro l’asfalto e le gomme da masticare si incollano alle suole, dove le deiezioni dei cani portano impronte numero 36 o 42 e tracce strisciate fino alla prima fontana. Dove riposano le foglie morte. Quando lei guardava in basso – e non succedeva quasi mai – di solito trovava una moneta, a volte qualche banconota. Io guardavo in basso sempre, e trovavo liste della spesa che raccoglievo, spianavo sul primo muretto, leggevo: sale, acqua, caffè, pasta. Cinquanta meno venti uguale trenta. Numeri di telefoni che non sarebbero mai squillati.

Lei diceva che in quel fumetto non era mai questione di fortuna o di sfortuna, solo di sicurezza in se stessi. Io non lo so perché Paperino mancasse di sicurezza in se stesso, ma certo doveva essergli successo qualcosa, nell’infanzia. Il destino ce lo creiamo, certo, ma è come quando costruisci una casa con i lego; la sua sembrava un castello, la mia una capanna, ma perché lei in dotazione aveva una cassapanca di mattoncini colorati, io una latta del caffè.
Una volta ho provato a fare come lei, e mi sono lasciata incantare da quello che vedevo guardando in alto e dritto davanti a me e sono inciampata e caduta e mi si sono rotti gli occhiali. Allora lei mi ha detto che ero stata fortunata, che mi sarei potuta rompere un braccio e che comunque gli occhiali, con quella montatura, non mi stavano poi così bene, e con un paio di occhiali diversi sarei stata più bella, forse. Come al solito ho alzato le spalle, ho cambiato gli occhiali e ho iniziato a collezionare sfortune. Mi infilavo nelle tasche piume nere, trifogli mangiati dalle lumache, accarezzavo le persone tristi e mi mettevo in tasca la tristezza che mi restava attaccata alla mano, anche se a volte dovevo farlo correndo – non avrei mai pensato che ci fossero persone così attaccate alla propria tristezza. Raccoglievo fazzoletti usati e mazzi di margherite secche infilate nei bidoni della spazzatura a testa in giù. Mi sedevo sulla panchina e guardavo i bambini perdere un guanto, abbandonare il cappellino preferito in mezzo al prato; li guardavo mentre la madre li sgridava per qualcosa che non avevano che iniziato a fare seguendo l’esempio degli altri, impuniti, fino a riempirmi le borse degli occhi.
Alla fermata passavo in mezzo a uomini e donne trafelati, piegati per riprendere fiato, il braccio allungato verso l’autobus appena partito. Nei giorni di pioggia facevo spazio accanto a me, riparata sotto al cornicione, a tutti quelli che avevano scordato l’ombrello.
Lei iniziò ad accusarmi di portare sfortuna. La portavo, è vero, nelle tasche: ma la portavo via, in qualche modo, la allontanavo da chi mi sembrava non riuscire a tollerarla, e certo non era un caso che io fossi sempre nei pressi di un incidente o di un malinteso, ma se fosse stata attenta avrebbe notato che arrivavo sempre un attimo dopo.
Un attimo dopo la distrazione di un automobilista, un attimo dopo lo scoppio di un temporale, un attimo dopo la perdita di un oggetto importante; se avesse conosciuto i colori della sfortuna avrebbe visto che non mi appartenevano se non, per un caso, nei capelli, avrebbe notato il respiro di sollievo dell’automobilista, la gioia del venditore di ombrelli, il sorriso di chi aveva creduto di perdere un oggetto importante per poi ritrovarselo addosso. Mise in giro la voce e non potevo passare per strada senza che qualcuno cercasse del legno o del ferro da toccare, senza che gli uomini si infilassero la mano nei pantaloni per sfiorarsi i gioielli, senza che i bambini non incrociassero le dita dietro alla schiena appiccicando la mia presunta sfortuna al meno svelto tra loro.
Meno male che dicevi che la sfortuna non esiste, le dissi, mentre rideva con quegli occhi voltati all’indietro.
Avevo già riempito le tasche dei pantaloni e poi per fortuna era arrivato l’inverno e avevo iniziato a riempire le tasche del cappotto. Erano così gonfie che dovevo andare in giro con le braccia un poco allargate. Dalla mia panchina iniziai a notare una cosa. C’erano persone sempre sfortunate e persone sempre fortunate, e quelle sempre sfortunate mi stavano simpatiche perché ridevano delle loro sfortune, spesso, anche quando gli formavano una gobba sulla schiena, e quelle fortunate, invece, scuotevano la testa, passavano avanti senza mai fermarsi ad aiutare. Io, pensavo, se avessi le tasche piene di fortuna la distribuirei a piene mani. Ma le mie tasche erano piene d’altro.
È stato allora che ho deciso di fare una cosa così, per svuotarmi le tasche e il cuore. Prendevo dei pezzettini di sfortuna e, quando passavo accanto alle persone fortunate, glieli infilavo nel collo del maglione come quando, per scherzo, si fanno correre lungo la schiena manciate di neve o cubetti di ghiaccio. Le vedevo rabbrividire e guardarsi intorno, passare oltre alle banconote per terra, grattare senza vincere. Ho passato l’inverno in questo modo, e a primavera avevo di nuovo le tasche vuote e mi sembrava di avere ristabilito una sorta di equilibrio.
Ho litigato con lei e ho deciso che non saremmo state più amiche, e non mi sono sentita né fortunata né sfortunata, quando ci siamo salutate per l’ultima volta. Ho saputo che poi ha vinto il Superenalotto, e l’ho vista sfrecciare a bordo di una Lamborghini seguita da due camion dei traslochi.
Ho ritirato il cappotto come mi ha insegnato mia madre, infilandolo in una di quelle buste di plastica profumata che tengono lontane le tarme. Prima di chiuderne la cerniera ho frugato nelle tasche per essere certa di non essermi scordata qualcosa, ho trovato: una coccinella, che mi ha camminato le dita una per una prima di volare via, una piuma blu di ghiandaia e un biglietto piegato in quattro. L’ho aperto, e dentro c’era un quadrifoglio secco, quasi sul punto di sbriciolarsi; in mezzo, dove la carta faceva una croce, c’era scritto: grazie. Mi sono rimasti dei pelucchi sui polpastrelli, li ho soffiati via e sono uscita senza ombrello anche se il cielo era grigio; quando la pioggia è iniziata, sono corsa verso i portici e ho sorriso con le gocce che mi facevano laghi nelle fossette ai lati delle labbra, ho incrociato il suo sguardo e ho capito che era meglio abbassare subito il mio, prima che fosse troppo tardi e ci rimanessi fregata. Mi ha preso sottobraccio e ha aperto l’ombrello, siamo andati verso la piazza così, pestando le righe per terra, mentre il cielo tornava azzurro.

[questo si trova qui, insieme a tante altre belle cose che, secondo me, vale la pena di leggere]

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