Give me life, give me pain, give me myself again

Non conosceremo mai la verità sulla nostra genesi. In quel momento eravamo troppo distanti dai nostri corpi piccoli e afflosciati sotto il peso del segreto che ci è rimasto illeggibile negli occhi, così che la nostra seconda nascita è stata una seconda separazione altrettanto cruenta della prima ma da noi stessi e noi stessi, e l’ombelico è una depressione frontale che ci ha privati di ogni inibizione dal principio – privi di controllo navighiamo a vista e ci innamoriamo di ogni sguardo che ci sembri curativo, percepiamo l’entità di ciò che è perso e non c’è niente che ci basti, vuoti a perdere, pronti a prendere con le nostre mani bucate il dolore di chi riconosciamo simile per guarire almeno quello, per sperare di imparare il mistero della cicatrizzazione.
Di proposito ci siamo feriti per espellere il veleno incidendone l’entrata che è la pelle, tutta quanta, semidei battezzati nel fiume che ci ha reso vulnerabili in ogni nostra parte a eccezione del tallone con cui madri senza figli ci hanno appeso, mogli dello stesso marito che per ricompensarci ci ha riempito le tasche di talenti che non siamo capaci di sfruttare, dai quali siamo sfruttati – pellegrini dell’ovunque alla ricerca di una cura per la nostra malattia che si trasforma nel momento in cui viene finalmente nominata non sappiamo dare colpe, solo assumerle – non abbiamo altra certezza se non quella della pena che proviamo, siamo ciechi ed è per questo che vediamo solamente nel futuro, mai creduti, non abbiamo autorità su quelle corde che farebbero vibrarci nella gola quella voce che è rimasta nella bocca di chi presto ce l’ha tolta impedendoci di chiedere l’aiuto che ci avrebbe fatti salvi.
Differenti da chiunque ma capaci di ammantarci somiglianze che fingiamo così bene da finire per subirne la malia, da finire per pensarci ritrovati fino a quando la realtà non toglie il velo che indossiamo anche quando siamo nudi per nasconderci a ogni vista a partire dalla nostra, ci sappiamo definire annichilendoci finendo per sentirci troppo stretti quale sia la situazione – non possiamo che finire per fuggire e ogni fuga ci promette di portarci a quel momento in cui, di fuga, non abbiamo avuto possibilità per ritornarci un’altra vita, quella che sentiamo avremmo forse avuto o di sicuro, quella che sta srotolandosi da qualche parte in fondo separandoci ogni giorno un altro poco da noi stessi e da quello che in un mondo un po’ più giusto non avrebbe che potuto essere il mondo in cui nessuno, niente, noi, ci avrebbe spinto di continuo verso il fondo.

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