The Weight She Fell Under

Succede che sei l’ultima a capire cosa ti stia accadendo; tutti gli altri l’hanno capito prima di te e non ti hanno detto niente per pudore, perché pensavano che il tuo silenzio non nascesse dall’ignoranza o dalla negazione ma dall’imbarazzo che avresti provato nel parlarne. Succede che all’inizio non capisci certi sguardi che cogli quando sei per strada, sguardi che ti girano intorno, in tondo, e poi tornano sulla faccia di chi li ha lasciati scappare e la deformano in una smorfia, tanto più accentuata quanto più lo sguardo ha indugiato. Senti parole soffiate, risate, e non ne capisci il motivo – in fondo ti sei guardata nello specchio del bagno, prima di uscire, ti sei pettinata i capelli e dipinta gli occhi e non c’era niente che non andasse, nell’immagine riflessa.
La guardo e la pelle del viso scende al petto come un lenzuolo, senza un accenno di mento. Non ha più lineamenti né forma, e dice che voleva fare la parrucchiera perché aveva studiato per quello e non posso fare a meno di guardarle le ciocche rade sulla testa, sono divise in ciuffi come quelle di certe bambole e si attorcigliano sudate sulla fronte, sulle orecchie. Annuisco.
Non sono sempre stata così, dici, e lo dici sorpresa, come se il tuo corpo fosse cambiato nel corso della notte; buttavi via i vestiti che non ti entravano più scovando loro un difetto – un buco, quei pallini che si formano dove il tessuto sfrega contro altro tessuto, un filo tirato. Scivolavi comoda nei pantaloni elasticizzati, nelle maglie senza maniche, fino a quando non hai smesso semplicemente di uscire di casa per evitare di doverti cambiare, di dovere sentire la pressione degli abiti sul ventre, sui fianchi, ovunque, gli elastici a marchiarti la pelle di rosso, le spalline del reggiseno a ferirti le spalle.
Pensavi di essere triste e che fosse la tristezza a farti sentire addosso il peso dei vestiti – quando si è tristi è tutto pesante e le spalle si incurvano, quando si è tristi tutto è difficile e le palpebre si stringono tirando giù le sopracciglia come se si fosse sempre miopi e concentrati. Pensavi di essere triste e poi finalmente ti sei vista come ti vedevano loro, di sfuggita in una vetrina distogliendo lo sguardo veloce e non credendo ai tuoi occhi, hai capito che non erano le stanze a essere diventate più piccole, a soffocarti, ma tu che eri diventata più grande. Enorme. Hai chiesto aiuto. Ci stai chiedendo aiuto. Dalla bocca non ti esce la parola: aiuto. Scuoti la testa e dici, non so come sia successo. Ti prendo per mano e ti porto al momento in cui tutto è iniziato, non voglio fartici tornare da sola, hai paura di perderti, di rimanere incastrata in una strettoia. Per un attimo riesco a vederti com’eri, di una bellezza sussurrata e timida, e mi aggancio quell’immagine alle ciglia per potertela mostrare. Non tornerai più a essere così, ma tra qualche mese arriverai all’appuntamento con un filo di trucco, dopo qualche mese ancora arriverai all’appuntamento con un sorriso che nemmeno ricordavi di avere – continuerai a sentire il fantasma del peso che porti ma i fantasmi non hanno peso.
Ti presto la mia speranza, spero non la dimenticherai in sala d’attesa insieme all’ombrello.

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