Il testamento del capitano

Mio padre aveva i baffi nerissimi a nascondergli il sorriso e un motorino blu scuro col quale mi portava la mattina al centro estivo. Io stavo in piedi tra le sue braccia e passavamo per la strada più lunga e mi sembrava di andare velocissima, ancora più veloce di quando mi sedeva sulla bicicletta per portarmi a respirare l’aria buona e farmi passare la tosse e, in discesa, mi volava via il cappellino. Ero piccola e me l’hanno raccontato, io non mi ricordo mica.
Mi ricordo di lui solo per i sabati sera. Il resto della settimana lo passavo con un sacco di altre persone, la mamma, i nonni, certi amici, gli avventori del bar, mentre lui si arrampicava sui pali a portare l’elettricità in giro per le case. Il sabato sera, però, metteva a letto me e mia sorella, si sedeva a turno accanto a me o accanto a lei e cantava vecchie canzoni per farci addormentare.
Prima cantava quella del cappello degli alpini. Era una canzone allegra, nel ritmo, come quella che veniva dopo, che parlava di mazzi di fiori. Dopo cantava quella della valsugana, che per me era una parola intera, l’unica che capivo in mezzo a tutte le altre che erano in dialetto. Poi salivamo sull’ortigara, e a un certo punto iniziava a piovere e a tirare un forte vento e c’era un povero alpino che stava un po’ fuori un po’ dentro la tenda, e chissà quando le aveva imparate, mio padre, queste canzoni, e da chi. Invece di fare il militare era andato a guidare i camion per non mancare agli allenamenti e alle partite, forse le aveva sentite alla radio.
Alla fine cantava quella del capitano della compagnia, ferito e morente. I suoi alpini non volevano andarlo a salutare per l’ultima volta perché non avevano le scarpe, ma lui, insistente, ripeteva loro, venite. E allora gli alpini si mettevano in marcia, senza scarpe, arrivavano da lui, immaginavo, con i piedi sanguinanti. Doveva essere stato importante, per loro, il capitano, per decidere di fare una cosa del genere. E allora il capitano mi veniva da immaginarmelo come mio padre, con i baffi nerissimi, e già mi veniva da piangere al pensiero che fosse ferito. Io, se fossi stata un suo alpino, non mi sarei fatta pregare due volte, pensavo.
Il capitano a quel punto comunicava agli alpini le sue ultime volontà. Voleva essere fatto a pezzi – i suoi alpini avrebbero dovuto farlo a pezzi con le stesse mani che ora stringevano le sue, gli accarezzavano la testa – per poi dividersi in gruppi e portare i pezzi alla madre (che era uguale a mia nonna), alle montagne (che erano uguali a quelle che salivamo in bicicletta), alla sua bella (che era bella come la mamma) e alla patria. Forse un pezzo potevano tenerselo loro, gli alpini, ma non ricordo. Dopo essersi fatti pregare per andarlo a salutare non trovavano la forza o il coraggio di discutere questa sua decisione. Forse come me erano troppo impegnati a trattenere i singhiozzi. Non volevo che mi sentisse piangere perché volevo che continuasse a cantare per me – per noi – ogni sabato sera, e temevo che, se avessi pianto, se mi avesse sentita o vista o scoperta, si sarebbe arrabbiato o offeso e non l’avrei visto più fino all’estate, a quei viaggi per andare al centro estivo. Affondavo la faccia nel cuscino. Non sapevo bene come fossero fatti gli alpini, ma di sicuro loro non si sarebbero messi a piangere di fronte al loro capitano, avrebbero aspettato che lui chiudesse la porta, spegnesse la luce della stanza accanto, scendesse le scale, per addormentarsi con le guance bagnate di sale.

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