Boys don’t cry

C’è modo e modo di spiegare le cose. Alcuni non vogliono proprio sentirselo dire, che sono depressi, anche se arrivano lì con gli occhi lucidi e i vestiti vecchi e si lasciano andare sulla sedia sospirando, dicendo, non avevo proprio voglia, di venire, pensavo di non farcela, in questi giorni non riesco neanche ad alzarmi dal letto, non faccio più le cose che facevo non rispondo alle telefonate degli amici sono stanca, e tu ascolti e annuisci e prendi appunti e quando stai per iniziare a parlare ti fermano, si raddrizzano sulla sedia un poco per aggiungere, però non sono depressa.
Allora gli chiedi, ma come se la immagina, una persona depressa? E loro alzano le spalle, ma poco, perché fanno fatica anche ad alzare le spalle, e rispondono, non lo so. Rispondono, una persona depressa si lamenta sempre, una persona depressa non ha voglia di stare bene, solo di lamentarsi, e invece io voglio stare bene, cerco di combattere e cerco di – e cercano il fazzoletto, mi scusi, in questo periodo mi succede sempre così, e tu cerchi di spiegarli che non importa, che possono piangere, che mica si devono vergognare. A volte mi metterei a piangere anch’io, penso: se mi metto a piangere anch’io forse lo capiscono, che si può piangere, che non ci si deve vergognare, che non c’è niente di male, nelle lacrime, anche se ti hanno sempre detto che sono un segno di debolezza e di cattivo carattere, anche se ti hanno detto che si può piangere solo quando muore qualcuno oppure ai matrimoni oppure quando si è certi di essere completamente soli, senza nessuno che possa sentirti. Si può piangere quando finisce un amore, ma solo per poco, si può piangere se ci si fa molto male e si è donne, cose del genere.
Forse dovremmo fare dei gruppi per piangere tutti insieme, abbracciarci a turno, tornare a casa con le spalle e il petto bagnati di lacrime e muchi e la testa leggera.
Hanno paura delle parole, di certe parole. Li capisco, anch’io ho paura, in fondo, e infatti quando parlo di certe cose le chiamo “i miei su e giù”, che non è proprio un nome da malattia, sembra che ci faccia l’amore con il mio umore.
Hanno paura delle parole e allora ne inventiamo di nuove, per cercare di spiegare loro che è solo un momento e che passerà anche se magari non è vero, ma vedono così nero che dobbiamo pensarci noi, a vedere un colore diverso al posto loro. Solo che poi tornano a casa e chissà se se le ricordano, le parole che abbiamo inventato insieme, o se tornano a raggomitolarsi sul divano, con la luce spenta, a guardare le televendite e a non riuscire a dormire. Bisogna insegnargli tutto da capo. Bisogna insegnargli delle cose che nemmeno noi sappiamo bene, anche se magari, se lo chiedi a un’altra persona e non a me, ti dice che non è vero, che lo sappiamo benissimo, ti dice di non ascoltarmi perché sono giovane e non so di cosa sto parlando, che un giorno forse imparerò.

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