Clumsy

Una cosa che mi succedeva quando disegnavo o modellavo la plastilina era questa: avevo in mente ciò che volevo ottenere, il risultato finale, e avevo in mente passo dopo passo quello che avrei dovuto fare per arrivarci. Chiudendo gli occhi riuscivo a vedere il modo in cui avrei dovuto muovere la matita sul foglio o in cui avrei dovuto muovere le mani intorno alla plastilina – l’avevo osservato negli altri e avevo, mi sembrava, acquisito certi automatismi – cosa che non mi capitava, per esempio, con il lavoro a maglia che pure avevo avuto modo di osservare ancora più a lungo, mentre mia madre mi preparava i maglioni per l’inverno eppure nel suo modo di lavorare restava sempre qualcosa di segreto, qualcosa che mi sfuggiva, qualcosa che rendeva i suoi movimenti più simili a una magia che a una successione di gesti imitabili.
Quando stringevo le dita intorno alla matita, però, il polso mi si irrigidiva e non riuscivo a ripetere quei movimenti leggeri che trasformavano un insieme di ovali e linee in un corpo o in un viso, quando modellavo la plastilina i miei polpastrelli si appoggiavano larghi dove non avrebbero dovuto appoggiarsi. Tracciavo linee spesse e dure e finivo per bucare i fogli, per marcare quelli sottostanti; modellavo mostri.
Mi sono detta che certe cose non facevano per me, che ero irrimediabilmente imbranata, goffa, e in fondo me lo dicevano spesso, quanto fossi goffa, o me lo facevano capire – non ricordo di essermi mai mossa in modo elegante, nel modo giusto, senza allungare troppo il passo, senza agitare troppo le braccia, senza esplodere in una risata nel momento sbagliato.
A volte mi sembra che tutta la mia vita sia un blocco di plastilina.
Non riuscivo a collegare i punti numerati tirando linee dritte, non riuscivo a riempire di colore le forme contenenti un puntino senza uscire dalle righe. Riuscivo a giocare con le parole anche se nessuno mi aveva insegnato – solo mio padre mi aveva spiegato il modo in cui si risolvevano i rebus, solo mia madre mi aveva insegnato a compilare le parole crociate facilitate. Non mi bastava, e allora il resto l’ho imparato da sola.
Trova le differenze. All’inizio è semplice, ma poi ne restano due o tre che sembrano introvabili. Le crittografie. il bersaglio, le cornici concentriche.
Ho cercato di imparare a fare le cose che non riuscivo a fare, e quelle che proprio non mi è riuscito di imparare ho deciso di scordarle, di fare finta che non fossero mai esistite.
Ho deciso di prendere le mie debolezze e chiamarle punti di forza.
Non riesco a non pigiare sull’acceleratore. Lo spazio tra due posti che si chiamano casa è lungo quanto i fazzoletti annodati che escono dalla bocca del prestigiatore, ma meno colorato. A scendere veloci da una collina le orecchie si tappano e bisogna sbadigliare per riprendere a sentire i rumori come se fossero vicini. Sono stata a tutte le altitudini eppure i bronchi sono rimasti chiusi, e l’aria ferma tra le tapparelle abbassate non ha nessuno degli odori che conosco.
Tutte le notti sento freddo. Allungo le maniche e le gambe dei pantaloni, mi avvolgo nelle coperte; mi sveglio all’ora più buia tremando.

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