Provare per cedere

Stavo guidando e ho visto un cartello che diceva: provare per cedere. In questo periodo mi capita spesso di vedere persone che non ci sono o di leggere una parola per un’altra. Il cartello in realtà diceva: provare per credere, ma intanto ho continuato a pensare alla mia versione del cartello, e quando dico, mia, non lo dico perché i miei occhi l’hanno letta in quel modo, lo dico perché credo davvero sia così. So che è un pensiero sbagliato perché l’ho partorito e nutrito affinché mi consolasse in certi momenti, in tutti i momenti in cui cedo o sbaglio. Non mi fido di chi non commette mai errori, perché mi sembra che l’unico modo per non farne sia restare fermi, immobili, anche se per me non funziona neanche così, restando ferma – a volte mi sembra che gli errori mi piovano in testa, e io per principio giro sempre senza ombrello. Dice che poi prendi il raffreddore, se ti lasci piovere addosso, ma io so che non è vero, che il raffreddore è un virus e non si prende certo per un poco di pioggia.
Non ho mai capito perché la curiosità uccise il gatto, o in che modo. Sarà che a me piaceva Ulisse, e non perché fosse un bell’uomo, ma perché avrei voluto essere come lui. Lui però conosceva i suoi limiti, e sapeva farsi legare al momento giusto, per potere sentire le sirene senza rischiare di tuffarsi nel mare e non tornare più, io invece i miei limiti non li conosco – faccio finta di non conoscerli – e mi tuffo ovunque, nelle pozzanghere come negli oceani, e non ho stivali di gomma e non sono brava a nuotare.
Non sono curiosa, sono irresponsabile. Sono curiosa e irresponsabile, che è la combinazione peggiore. Sono curiosa, irresponsabile e fortunata, perché sono sempre riuscita a trasformare gli errori in opportunità, e ho finito per sbagliare apposta, come se non fossi capace di raggiungere i miei obiettivi se non in questo modo, provando e cedendo, lasciandomi sorprendere dal modo in cui le cose che mi succedono o il modo in cui io succedo alle cose modificano il corso del mio fiume. E allora la mia vita è come uno di quei formicai chiusi tra lastre di vetro, con le formiche che scavano tunnel nella sabbia e vista da dentro è una gran fatica, e vista da fuori è un labirinto che porta dal punto “a” al punto “b” attraverso ghirigori belli da guardare, affascinanti da osservare nella loro formazione, e io sono formica e spettatore, e quando sono formica so di potere portare pesi enormi, rispetto alla mia misura, e so che la stanchezza fa parte della mia vita di formica e so che fermarmi vorrebbe dire morire, e quando sono spettatore non mi importa di niente se non di quello che vedo, e più è complicato e più è affascinante.
Non sono mai stata leggera. Ho ereditato certe ossa pesanti, piene, che continuano a muoversi anche quando sono rotte. Ho ereditato certe ambizioni che porto in un’anfora sopra la testa, senza grazia ma con molta determinazione.
Non sono mai guarita da quell’insensata onnipotenza infantile che mi fa credere che basti volere per potere o per avere, che basti non calpestare le righe o contare fino al numero giusto per fare accadere le cose. Non sono mai guarita da quell’insensata onnipotenza adolescenziale per cui le cose brutte possono capitare solo agli altri e, allo stesso tempo, non sono mai guarita da quel senso di predestinazione per cui, di ogni cosa mi succeda, penso esista un motivo che capirò leggendomi o rileggendomi, scrivendomi o riscrivendomi.
Cedo senza nemmeno provare a non cedere, credo di non provare niente e invece provo e cedo, credo che cedere sia un’esperienza da provare, provo piacere nel crederlo, cedo perché credo e non credo, provo perché tentar non nuoce che agli altri, ai miei gattini ciechi, ai topi che ballano in assenza mia, gatta che si muove con il sole o con la pioggia, con ancora nove vite per morire.

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