Letters home #1

Padre,
non hai ancora capito il dolore che mi causano certe tue parole o lo ritieni un dolore necessario e giustificato dalla tua conoscenza della vita che è più lunga della mia, lo ritieni un dolore dovuto alla mia sensibilità di donna, alla mia mancanza di senso pratico; non ti accorgi che tutto quello che faccio lo faccio per te, perché tu possa dirti orgoglioso, perché tu possa portarmi finalmente nel cuore leggera, perché ogni mia vittoria cancelli uno dei tanti sbagli che ancora non mi sono perdonata perché tu non me li perdoni.
Lotto contro me stessa e le mie inclinazioni per avere qualcosa da raccontarti alla fine di ogni giornata di lavoro – e che sia un qualcosa che tu voglia sentire dalla mia bocca, l’unico qualcosa che credi possibile per me e che ti sembra ancora così lontano; da un anno e mezzo lavoro come non potrei e mai una volta mi sono lamentata se non quando ho iniziato a perdere ogni privilegio e, con essi, la possibilità di imparare. eppure c’è sempre un passo che manca o è il sorriso a mancarmi quando dovrei invece provare la tua stessa gratitudine, continuare a seguire questa strada che insieme abbiamo tracciato e dalla quale non mi permetti di uscire, neanche da quando è diventato chiaro che la mia strada è un’altra, che altri sono i miei talenti.
Conosco e ricordo ogni ferita che ti ho causato e ancora meglio non posso scordare quelle che mi hai inferto tu, ogni volta che mi sono piegata in avanti alla ricerca della tua carezza, di un bacio sulla fronte che mi dicesse la tua approvazione.
Non sono nata nel modo in cui mi avresti voluta. Quanto affetto avresti dato a quel figlio che mai avrebbe osato mancarti di rispetto, che mai avrebbe avuto la testardaggine di opporsi a ciò che sarebbe stato il meglio per lui!
Non c’è cosa che io abbia fatto che non abbia fatto per te, per ricevere finalmente il tuo perdono. Mi hai insegnato la relatività del valore dei soldi ma ora insisti perché io guadagni per potermi pagare l’indipendenza. Di tutto il resto ti importa? Di tutto il resto non finisci forse per pensare che si tratti di distrazioni, deviazioni, che siano capricci che mi allontanano dalla meta?
Tutto quel resto sono io, padre. Io sono tutto quel resto, io sono le parole che scrivo, che siano le mie o quelle di altri, quelle parole che non leggi o su cui taci, quelle parole che ti ho tenute nascoste e ho tenute nascoste a me stessa fino a quando non mi si sono imposte. Tu mi hai insegnato ad amarle, e adesso, le mie, le guardi con sufficienza, perché non mi pagano il pane.
Io sono le mie parole, padre. Io sono tutto quel resto, che relego in un angolo della mia vita per la tua soddisfazione, per il tuo piacere, per assecondare la tua volontà che mi vorrebbe altra ma che non posso cancellare – non posso cancellarmi.
Dici che le cose che metto in rete resteranno per sempre, e per sempre voglio che restino le mie parole per te, queste, con cui ti chiedo di tentare di vedermi intera, con cui ti chiedo di provare ad amarmi come mi promettesti i genitori fanno – per quello che i figli sono, per quello che io, tua figlia, sono e sarò, con tutto il bene che ti voglio e che tu respingi ogni volta che metti l’orgoglio davanti all’amore, ogni volta che metti la paura davanti all’affetto, ogni volta che mi chiedi di rinnegarmi, ancora, per un’ultima volta.

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