Parting Gift

Mi hai chiesto se potevo tenerlo in borsa, perché in tasca non ti sta, non con questi pantaloni, il portafogli che ti ha regalato lei. Credo sia il primo regalo che ti abbia fatto, è un regalo un po’ impersonale, di quelli che si fanno quando non si conosce ancora bene qualcuno, un regalo generico, di quelli che si fanno quando un rapporto è all’inizio e non ci si vuole sbilanciare né troppo né troppo poco. L’avevo aiutata a sceglierlo e ti era piaciuto, quando l’avevi scartato, sono passati alcuni anni ma non saprei quantificarli – gli ultimi mi sembrano un anno lunghissimo o dieci molto brevi, come quei filmati in cui tutto si muove veloce e i fiori sbocciano e muoiono nel giro di pochi secondi.
Mi hai chiesto, mettilo in borsa, e poi al casello, passami il bancomat. Sono rimasta lì col portafogli aperto e ho visto che si è lacerato in due punti, all’interno, e non vedevo l’ora che mi restituissi il bancomat per poterlo ritirare, chiuderlo, rimetterlo in borsa, non pensare più a quelle due lacerazioni.
L’usura non risparmia niente, figuriamoci un oggetto di uso quotidiano come può essere un portafogli – soprattutto se lo si usa come lo usi tu, riempiendo la tasca di monetine che non usi mai, gonfiandolo di documenti e scontrini e fotografie. L’usura non risparmia niente – ne vedo l’effetto sui vestiti che indosso in questo momento, la stoffa che, in certi punti, è diventata più sottile, ne vedo l’effetto sulle scarpe, sui libri che ho sul comodino, sui piatti che abbiamo comprato quando siamo venuti ad abitare qui, insieme, sugli strofinacci della cucina, sulle piante dei miei piedi.
Non mi spaventa, questo tipo di usura, così come non mi spaventano i primi capelli bianchi, anche se faccio finta di sì e li strappo via, così come non mi spaventano certi cambiamenti del corpo, del mio, che non posso certo ignorare; ma quelle due lacerazioni, quelle mi hanno spaventata. L’usura dei regali. Il modo in cui i doni si consumano. Dovrebbe essere una cosa bella, a pensarci bene – se un dono si consuma, si rovina un poco, è perché è stato apprezzato, utilizzato – ma quelle due lacerazioni mi hanno fatto pensare al tempo che è passato dal momento in cui hai scartato il pacchetto e hai sorriso al momento in cui le ho notate, a tutto quello che c’è stato in mezzo. Malattie, separazioni, dolori, distacchi. Mi ha fatto pensare che, prima o poi, dovrai comprarne uno nuovo, un nuovo portafogli, o qualcuno te ne regalerà un altro, e io forse non sarò con te al negozio o nel momento in cui lo scarterai sorridendo a una persona che non sono io.
Mi ha fatto ricordare i primi regali che ci siamo scambiati, regali ingenui come lo eravamo noi dieci anni fa, regali che non dicevano niente di noi a noi stessi se non quanto fossimo innamorati, o quanto pensavamo di esserlo, lontani com’eravamo, divisi da tutto, come i documenti nel portafogli.
Una volta, quando ancora non eravamo nati, forse certe cose si aggiustavano, invece di sostituirle; non ci siamo più abituati, non c’è più nessuno capace di aggiustare le cose e quando qualcuno si trova, aggiustare qualcosa di rotto costa più che comprare la stessa cosa nuova. Abbiamo i cassetti pieni, di cose rotte e sostituite, le vite piene, di cose rotte e sostituite. Ci siamo rotti anche noi, nel frattempo, e cerchiamo di aggiustarci con la colla e con ago e filo e in ogni modo che ci venga in mente, e ogni volta ci ritroviamo con i pezzi montati nel modo sbagliato, ad aspettare di romperci di nuovo.

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6 thoughts on “Parting Gift

      1. Forse è proprio per questo che fa male a chi lo legge, perchè quel dolore è vivo, salta fuori appena appoggio lo sguardo su quelle righe…

  1. Io, i regali consumati, destinati ad essere sostituiti, li conservo, li infilo in una scatola che tengo sotto al letto. Troppo importanti e vissuti, per buttarli via. Resta sempre un restrogusto di malinconia, nostalgia, tristezza, qualche lampo di dolore, soprattutto se il tempo ha creato distanza, se quella persona è svanita o scomparsa e quel regalo è tutto ciò che resta.
    Non potrei fare a meno delle mie scatole dei ricordi, sono incoerenti, piene di tutto, piene di vecchio, piene di passaggi e salti.
    Le apro raramente e in fretta, a volte sollevo appena il coperchio e ci lascio scivolare dentro qualcosa di ‘nuovo’.
    (Mi sopravvivo)

    1. io conservo quelli della mia seconda vita, quelli della prima li ho gettati tutti perché volevo scordarla, o qualcosa del genere. ho seguito un impulso di cui a volte mi pento, perché certe cose, logore, rovinate, adesso potrebbero ricordarmi momenti felici, invece di lasciarmi sola con i miei ricordi di quella vita che felici non sono.

  2. ovviamente anch’io conservo quelli della mia seconda vita. Tutto ciò che c’è stato prima l’ho buttato, ho deciso di perderlo, ho resettato meticolosamente la mia memoria (che adesso è un colabrodo), ho ripulito tutte le scatole, ho gettato anche quelle, non ne ho mai avute. Poi la seconda mia vita è iniziata con una perdita. E ho deciso di non dimenticare più niente. A costo di scavare dolore, di impregnarmene.

    (è *questo* che intendevo quando dicevo/scrivevo che mi sorprendo di quanto le nostre vite siano state simili. Forse anche le linee sui nostri palmi si assomigliano, che forse a toccarci le mani potremmo farle combaciare…)

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