Alive

Non sapremmo bene dire a cosa, ma siamo sopravvissuti. A volte ci viene da pensare che sia un caso e quasi ci sentiamo in colpa, per essere noi, quelli sopravvissuti – c’erano persone che l’avrebbero meritato più di noi, persone che quasi non hanno fatto in tempo a vivere mentre noi, tra un’esplosione e l’altra, abbiamo sempre trovato le forze per scuoterci i calcinacci di dosso, la polvere dai capelli e vivere, vivere, qualunque cosa significasse ‘sta parola.
Tu mi dici che il protocollo di sicurezza che ci ha salvato tante volte il culo lo abbiamo imparato nel peggiore dei modi, che se quella volta eravamo sotto il tavolo con la testa in mezzo alle gambe non era perché ci aspettassimo una catastrofe ma perché una catastrofe era già avvenuta, una di quelle in dimensioni minori, un modellino di catastrofe, grande abbastanza da entrare in una casa, essere piazzato al centro del salotto dove tutti avrebbero fatto finta di non vederlo tranne noi, che abbiamo sempre avuto gli occhi grandi.
Siamo diventati presto vecchi e saggi, e se abbiamo continuato a perseverare nei nostri errori è stato solo perché sapevamo che quello era uno dei modi o l’unico per sopravvivere ancora e ancora. Ci siamo liberati di un che di superfluo – succede sempre così, l’avevamo messo in conto, tanto il conto lo paghiamo sempre noi, non per grandezza d’animo ma per necessità.
A volte ci chiediamo chi ce lo faccia fare, di continuare così, ma sentiamo un senso di responsabilità nei confronti di chi non ce l’ha fatta che ci spinge a non desistere, a resistere, a prenderci anche quello che sarebbe stato loro di diritto, se solo. Se solo non fossero morti. Ci dicono ingordi, ci dicono eccessivi, ma in realtà siamo custodi.
Quando capita che ci elogino rispondiamo di avere semplicemente fatto il nostro dovere, come bravi soldatini. Rompiamo le righe e disertiamo più spesso del normale, ci nascondiamo per mesi o per anni perché conosciamo i boschi e il modo in cui filtrare l’acqua per renderla potabile, sappiamo accendere fuochi e, a volte, lo facciamo anche quando non vorremmo farlo, semplicemente con uno sguardo. Ci perdiamo nei bicchieri d’acqua solo perché finiamo con lo sbattere ripetutamente contro il vetro, ma in acqua aperta raggiungiamo profondità sconosciute ai più. Ci piace pensare di avere i nostri santi anche se santi non li chiamiamo, li appelliamo col loro nome di battesimo come facevamo prima che soccombessero, regalandoci giorni in più di sofferenze e lutti, regalandoci anni di occhi senza lacrime e vantaggi impercepibili come tali. Siamo stati prima belli, poi affascinanti, e in mezzo abbiamo scordato a volte di tenerci semplicemente in piedi. Abbiamo finito per crederci immortali e mortalissimi allo stesso tempo – immortali perché saremo vivi fino a quando non moriremo presto o tardi, invincibili nelle battaglie, vulnerabili alla vita.

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