In the Summertime

Non mi è mai piaciuta l’estate. Il caldo, i vestiti leggeri, le maniche corte, il sudore, la sete, la sensazione che la vita si metta in pausa fino a settembre quando ripartirà la fatica, a fatica, come un motore vecchio lasciato fermo troppo a lungo, sfiatando e scoppiettando. Mi piacciono i viaggi di andata ma non quelli di ritorno, e in estate c’è sempre almeno un viaggio di ritorno.
Una volta facevo molti viaggi. Non avevo ancora la patente, guidava mio padre. Non avevamo l’autoradio e all’inizio stavamo in silenzio, poi lui mi chiedeva cosa stavo studiando a scuola, in filosofia. Glielo spiegavo e mi faceva delle domande, e quando finivano le domande restavamo in silenzio, e io guardavo fuori dal finestrino. Dopo un po’ mi faceva vedere le linee dell’elettricità e mi spiegava delle cose del suo lavoro. Me le spiegava a ogni viaggio perché io non riuscivo a capirle.
Non mi piace la pressione bassa, non mi piacciono le giornate lunghe se hanno poche cose con cui riempirle e lasciano spazio alla noia, non mi piace il languore che mi porta, nelle ore più calde, a sdraiarmi a occhi chiusi davanti al ventilatore. Non mi piace l’estate perché tutte le volte che ho pensato: questa sarà una bella estate, è successo esattamente il contrario.
Di quella estate, per esempio, ho solo una fotografia mentale così chiara che mi viene il dubbio che, in realtà, sia stata scattata veramente e andata persa. Sono nel vialetto che porta al cancello, qualcuno è venuto a trovarmi e sto andando ad aprirgli, e tutti indossano camicie di lino o maglie di cotone e io invece ho due maglioni e sento freddo. Nella fotografia mentale sono in mezzo al vialetto e mi stringo arrivando quasi a intrecciare le dita dietro alla schiena, nella radiografia mentale al posto delle ossa ho dei ghiaccioli. Non vedo l’ora di tornare in casa.
Non mi piacciono le mosche e le zanzare, l’odore della pianura riscaldata dal sole, non mi piacciono le code in autostrada – mi piace osservare le persone nelle automobili ferme in coda anche se quasi nessuno più canta, e i figli stanno dietro ad annoiarsi imbronciandosi contro al finestrino e la mamma dorme perché non deve più allargarsi la cartina dell’Italia tra le braccia tese per cercare l’uscita giusta, la giusta via.
Quando ero piccola noi cantavamo sempre. C’era un ordine prestabilito come nelle cassette, ma eravamo noi ad averlo deciso nel tempo, e finita una canzone ne iniziava per forza un’altra, sempre la stessa. Io dovevo fare la seconda voce senza chiudermi l’orecchio, e non potevo sbagliare. Non potevo sbagliare neanche al gioco delle targhe, ma certe non mi entravano in testa. Stupida, pensavo. Quando lui chiedeva, giochiamo al gioco delle targhe? Avrei voluto rispondere, no, cantiamo ancora del vestito nero con i fiori non ancora appassiti, cantiamo ancora lo smembramento del capitano, cantiamo ancora di quei tipi nudi su una pianta a prendere il sole, ma non era una domanda, era un ordine.
Mi piace osservare le persone nelle automobili quando sono da sole e parlano al telefono in viva voce agitando le braccia. Mi piace osservare le persone nelle automobili quando litigano, e più il litigio va avanti più cambiano i gesti, le posture, le espressioni. Mi piace affezionarmi all’automobile che viaggia nella fila accanto alla mia, seguirla con lo sguardo sperando di non perderla mentre si sposta in avanti, raggiungerla, ritrovarla, immaginare da certi dettagli la sua provenienza o la destinazione: il modo in cui le valigie sono accatastate nel portabagagli, il segno dell’abbronzatura sotto all’orologio mentre allunga la mano a sistemare lo specchietto laterale, l’espressione stanca ma felice o solo stanca. Una volta quasi avremmo potuto sfiorarci allungando le braccia, adesso siamo entrambi protetti dal vetro e dall’aria condizionata.
L’ultima volta che siamo stati in macchina tutti insieme è stato quando siamo andati a prenderlo all’ospedale. La macchina nuova legge i cd di mp3, e gliene ho preparato uno dove ci sono tutte quelle canzoni. Non dicevamo niente, lasciavamo che la musica riempisse il silenzio. Poi è arrivata quella strofa, e l’abbiamo cantata in coro, senza esserci messi d’accordo.

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5 thoughts on “In the Summertime

  1. All’ombra dell’ultimo sole
    s’era assopito un pescatore
    aveva un solco lungo il viso
    come una specie di sorriso…
    :-o

      1. anch’io ci sono un sacco di canzoni che 1) non sapevo di chi fossero 2) non ho mai sentito nella loro versione originale fino a pochi anni fa, solo cantate da noi.
        Preparati per il viaggio di domani :D

  2. non ho mai sentito nella loro versione originale fino a pochi anni fa, solo cantate da noi.

    È il destino delle vere canzoni.

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