I’ll ride the wave / Where it takes me

Sto dimenticando l’altro posto ancora prima di avere iniziato davvero a imparare questo. Me ne sono accorta quando lei mi ha chiesto: hai presente? E io ho chiuso gli occhi, ho immaginato la strada così come la ricordo, ma nel punto in cui avrebbe dovuto esserci la cosa che, secondo lei, avrei dovuto avere presente, non c’era niente. Era sfuocato, o molto illuminato.
In questi casi taglio corto, rispondo: sì, ho presente, con entusiasmo, come se vedessi il luogo con chiarezza, come se non me ne fossi mai andata.
Anche qui capita spesso che qualcuno mi chieda: hai presente? Come se fosse la cosa più normale del mondo. Come se fossi qui da sempre. Come se, insieme al certificato di cambio di residenza ti assegnassero il medico di base e la mappa mentale di tutti i posti com’erano e di tutti i posti come sono, dei sensi unici e delle rotonde. Rispondo di sì perché quando rispondo di no mi guardano come se mi mancasse qualcosa – come se mi fosse sparito il naso dalla faccia, per esempio; però ho paura che indaghino la mia risposta affermativa facendo altre domande, che cerchino di trarmi in inganno per svelare il mio, di inganno.
I posti cambiano così velocemente. Io non imparo mai i nomi delle strade, mi appunto solo dei punti di riferimento. So che devo arrivare fino al tale distributore di benzina e poi girare a destra. So che devo fare il giro della piazza e infilarmi nella strada – all’angolo c’è una gelateria.
I posti cambiano così velocemente da farmi perdere ogni punto di riferimento. Ogni volta che torno in quell’altra città, per esempio, riesco a muovermi solo lungo la strada che dalla stazione porta al centro, ma poi devo fare attenzione per ricordarmi la traversa giusta per arrivare alla piazza dalla quale parte la salita che porta a quell’altra, di piazza.
Sembro muovermi con disinvoltura ovunque – e in un certo senso è così; ho dovuto imparare talmente tante mappe diverse da essere diventata veloce a dare l’impressione – a me stessa, agli altri – di sapere sempre esattamente dove mi trovo. Ovunque mi chiedono indicazioni. Io, le persone a cui chiedere indicazioni, le cerco osservando il modo in cui si muovono, senza davvero guardare dove stiano andando: non ne hanno bisogno. Mi chiede se quelli che chiedono indicazioni a me lo facciano per una questione di vicinanza, per la casualità che mi porta a passare nel posto giusto al momento giusto, per la mia aria inoffensiva. Ho tutta una serie di accenti ai quali attingere per dirmi straniera.
Adesso che conoscete la mia faccia, non fermate me: non so mai dove mi trovo e non so dove potrei mandarvi – scegliete di seguirmi, se volete approfittare di quella specie di bussola che mi spinge verso le persone da incontrare, se sono le stesse che volete incontrare anche voi; non ho presente – sono presente, ancora per poco. Approfittatene.

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