Schools Out

Al cinema dietro di me c’era questa bambina che avrà avuto cinque anni, credo, candelina più candelina meno. C’era questa bambina e ogni tanto faceva dei commenti ad alta voce ma non mi davano fastidio, erano commenti sempre pertinenti, e alcuni avevano quella saggezza che hanno solo certi commenti pronunciati da bambini di più o meno cinque anni, che dicono delle cose grandi senza capirle davvero, forse, o forse le capiscono meglio di me che ne ho trenta, facciamo, di anni, e quando devo dire una cosa ho troppe parole a disposizione per dirla, molte più di quelle che un bambino di più o meno cinque anni, e finisco per complicarla, con tutte quelle parole.
Alla fine forse certe cose sarebbero semplici, se usassimo parole più semplici per comunicarle e per pensarle – sarebbero semplici se le vivessimo senza pensare a tutte le esperienze che abbiamo accumulato nel tentativo di fare paragoni, trarre conclusioni o insegnamenti.
La bambina a un certo punto ha chiesto alla mamma: mamma, che cos’è il college? E la mamma le ha risposto: è una cosa come l’università. La bambina è rimasta un attimo in silenzio e poi ha detto: il college è come l’università e l’università è quella cosa che quando la finisci poi sei adulto.
In realtà non è che funzioni proprio così, perché a volte si diventa adulti prima, a volte si diventa adulti durante, a volte si diventa adulti molto dopo o mai; e poi ci sono quelli che non la fanno, l’università, o che non la finiscono, e diventano adulti lo stesso.
Era molto seria, la bambina, dicendolo, anche se per lei è un momento tutto sommato ancora lontano, quello dell’università, quello del diventare adulti. Era così seria che mi è quasi venuto il dubbio che non fosse una bambina ma una donna con una voce esile, ma è vero che, per quanto possa essere esile la voce di una donna e per quanto possa esserlo la sua sintassi, non c’è dubbio che una frase del genere la si possa pronunciare solo a cinque anni o giù di lì, quando ancora il significato di “essere adulti” è una cosa che sfugge, una di quelle cose che ti immagini e finisci per immaginarti in modo strano, un po’ come la questione di come nascono i bambini o di come la luce arrivi dall’interruttore alla lampadina.
Ecco, a cinque anni è come se tutte le cose avessero una causa e tutte le cause avessero un effetto. Poi cresci e ti rendi conto che ci sono un sacco di cose senza causa o con tante cause contemporaneamente, e che gli effetti sono imprevedibili. Non in tutte le università la insegnano, questa cosa; ma è una di quelle, mi sa, che quando le capisci sai che sei diventato grande. Poi ci sarebbe la questione della differenza tra l’essere grandi e l’essere adulti, ma la bambina su questa questione non si è pronunciata, e allora non saprei bene cosa dire, al riguardo, anche perché io non lo so cosa sono, grande, cinquenne, adulta, trentenne, dipende.

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14 thoughts on “Schools Out

  1. quando ancora il significato di “essere adulti” è una cosa che sfugge, una di quelle cose che ti immagini e finisci per immaginarti in modo strano, un po’ come la questione di come nascono i bambini o di come la luce arrivi dall’interruttore alla lampadina.

    Oh, stai dicendo che a te il significato di “essere adulti”, invece, non sfugge? Per me è un mistero glorioso come la lampadina, il rubinetto dell’acqua, il sifone del seltz, il tranvai e in fondo anche i bambini (va’ a sapere la causa vera). Eppure ho anch’io più di trent’anni.

  2. è come andare molto veloce con quei pattini che si slacciano sempre, e cadi, e non c’è nessuno che accorra con l’acqua ossigenata e il mercuro cromo, e allora impari a tenerteli in tasca. una cosa così.

    1. Cioè essere adulti è un mondo senza conforto e senza soccorso… Ma magari agli adulti non servono quei conforti.Forse un adulto non è così maldestro da cadere camminando e pattinare, solo alle Olimpiadi.
      Forse un adulto, se a trent’anni o a quaranta pensa a quando ne aveva venti, gli sembrano tempi remoti, non appena ieri”.

      Forse adulti veri non ce n’è e siamo tutti vittima di un qualche losco raggiro. Mi sa proprio che è così. Vuoi un ghiacciolo alla menta, intanto?

      1. e allora come si chiama quel periodo in cui si è comunque maldestri ma uno se la deve in qualche modo cavare da solo? non dico senza conforto e senza soccorso, si possono anche trovare, ma cercandoli e cercandoli e cercandoli.
        ho appena finito un ghiacciolo alla cedrata. va bene lo stesso?

  3. e allora come si chiama quel periodo in cui si è comunque maldestri (…)

    Non lo so. Sono solo un granello di soia, non il Palazzi rilegato.

    ho appena finito un ghiacciolo alla cedrata. va bene lo stesso?

    “Mi dica un’opera del Tassoni” “La cedrata!”

    1. Sono solo un granello di soia, non il Palazzi rilegato.

      uff. non c’è neanche su wikipedia.

      “Mi dica un’opera del Tassoni” “La cedrata!”

      Sai che cosa sto facendo? Sento Mahler alla radio – starò diventando sohrdor?

  4. Ecco, ci sono: “adulto” è uno che non ha un blog o almeno e che non va in giro a tormentare a vanvera quelli altrui.

  5. non solo a cinque anni tutte le cose hanno una causa e tutte le cose hanno un effetto. funziona così anche dopo, solo che quando si diventa adulti tutte le cose continuano ad avere una causa ma a volte alcuni effetti si perdono per strada, si disperdono nell’aria

  6. Mi torna in mente, quella frase – non ricordo chi l’abbia detta/scritta – secondo cui l’umanità scalcia tanto per raggiungere l’età adulta e una volta raggiunta non fa altro che voler tornare a quella infantile, o meglio a ricatturare quella semplicità diretta che la bambina del tuo post illustra così bene. Alcuni ci riescono, ma sono pochi, gli artisti, gli scrittori, i registi. E neanche tutti. Mi viene in mente Fellini.
    Forse sono andato un po’ off-post.
    Un saluto.

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