And you will be happy the minute you try / So won’t you try?

Lui non indossa un camice e non è vestito in modo particolarmente elegante. Gli vedo solo le scarpe perché guardo per terra invece di guardarlo negli occhi. Sono delle scarpe anonime, se stessi camminando per la strada non lo riconoscerei tra gli altri. Intravedo calze di cotone blu. Intravedo l’orlo dei pantaloni.
Lui non esiste. Lo sto inventando adesso, nella sedia di fronte alla mia, perché ho bisogno di farmi fare un discorso, di farmi spiegare una cosa.
Potrei spiegarmela da sola, ma so già che non mi ascolterei. Mi sono troppo vicina e i miei ruoli si confonderebbero e la me che ascolta finirebbe per convincere delle sue ragioni la me che spiega.
Gli guardo le scarpe perché non ho voglia di inventarlo intero. Temo che finirebbe per somigliare, in qualche modo, a qualcuno che conosco. In qualche modo può volere dire molte cose, nessuna utile al mio scopo.
Inizia spiegandomi la differenza tra “fase” e “stadio”. Gli stadi si susseguono, le fasi si sovrappongono, si alternano. Vorrei chiedergli se sarebbe giusto definire la mia crescita come un insieme di fasi e non come una successione di stadi, perché mi sembra sempre di essere insieme tante età diverse, ma decido di lasciarlo parlare. L’ho creato apposta.
Mi spiega la fase del rifiuto. Mi dice, in fondo lo sapevi, che c’era un problema, ma facevi finta che non ci fosse. Io annuisco. Mi dice, ogni tanto forse ti sorgeva il dubbio, ma lo ricacciavi dietro o dentro o comunque in quell’angolo in cui si tengono i pensieri ai quali non si vuole pensare.
Cerco di immaginare altre sedie e altre persone sedute in cerchio insieme a me. Questa cosa ci sta capitando, e non voglio essere sola in questo momento. A un certo punto lo manderemo via e resteremo solo noi, e forse non parleremo, rimarremo in silenzio, forse allungherò la mano dove so che stai seduto tu – ho scelto di farti accomodare nella sedia vicino alla mia per potere fare questa cosa, per poterti stringere la mano, a un certo punto.
Ci saranno stati dei momenti – delle fasi – continua l’uomo dalle scarpe anonime – in cui vi sarete sentiti arrabbiati. Con voi stessi, con chiunque. Vi sarà sembrato di vivere in un incubo e di non essere in grado di svegliarvi. Vi sarete chiesti perché stava succedendo proprio a voi.
Tu non dici niente, e neanche loro. Io ripenso al modo in cui l’ho rivoltata contro me stessa, la rabbia, perché avevo paura di fare del male a qualcuno e allora meglio farlo a me stessa, potendo scegliere. Mi chiedo da dove ci venga questo senso di abnegazione, questa capacità di sacrificio, questa pazienza che in genere non sembra appartenere a noi, sempre di corsa, sempre proiettati altrove – incapaci di portare a termine qualsiasi cosa eppure così caparbi nel cercare di portare al termine del finché morte non vi separi questa, di cosa.
Vorrebbe spiegarci cosa succederà dopo. Ci guardiamo e prendo coraggio e gli chiedo, potrebbe lasciarci soli per qualche momento?
Ci alziamo dalle sedie per sgranchirci le gambe. Vorremmo piangere ma siamo solo capaci di urlare, di inciderci addosso le lacrime con i denti, con le unghie – a qualcuno hanno insegnato che piangere non si poteva, a qualcun altro sono i farmaci a impedire le lacrime – io le ho finite nemmeno ricordo quando, adesso sento solo gli occhi pizzicarmi come per un’allergia.
La stanza mi sembra sempre più affollata. Non so quanti di noi ce la faranno e non so in quale modo. Alcuni scorderanno tutto e riusciranno a ricostruirsi da capo, senza memoria. Altri non si riprenderanno mai. Noi ci riprenderemo lentamente ma saremo costretti a convivere con un buco e con una paura. Erano già lì prima che accadesse tutto questo, è il modo in cui ci siamo conosciuti o riconosciuti. Abbiamo creduto tante volte di essere guariti, abbiamo continuato ad ammalarci di insonnie e di fobie, abbiamo continuato a cercare di intrappolare tutto l’amore che avevamo e che nessuno sembrava volere ciascuno a proprio modo e nessun modo ha funzionato.
Resto sola. Sento l’uomo con le scarpe, sta bussando, vuole dirmi, prima o poi arriverai all’accettazione, non ho voglia di ascoltarti, grido, devi, mi risponde, io non devo, soffio nella serratura, invece posso – posso farti scomparire.

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6 thoughts on “And you will be happy the minute you try / So won’t you try?

  1. a me a volte fa un po’ arrabbiare, mi dice cose che non vorrei sentire, quindi proprio per questo secondo me tanto tanto male in fondo non è…
    troppo facile andare da un dottore che ti dice solo ciò che vuoi sentirti dire

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