I wanna be free to know/The things I do are right

Certe cose mi sono sempre venute facili finché non sono diventate difficili, difficilissime. Imparare le parole ascoltandole sui dischi delle fiabe e decifrandole sui volumi allegati e poi ripeterle combinando le lettere magnetiche sulla lavagna, per esempio; questa è stata una cosa facile. E all’improvviso sapevo leggere e sapevo scrivere e nessuno me l’aveva dovuto insegnare. Poi leggere è diventato difficile, e rileggevo la stessa riga più e più volte e non riuscivo a comprenderne il senso. Poi scrivere è diventato difficile e le parole venivano fuori solo se mi mettevo a spingere forte, così forte, venivano fuori come palline dure e leggermente più grosse del buco da cui esce la scrittura. Facevano male, il buco restava indolenzito quando non sanguinante.
La mamma dice che da bambina fermavo gli sconosciuti per strada per farmi raccontare le loro storie. Approfittavo del sudore per scivolare via la mano dalla sua e correre verso la prima persona a portata, mi presentavo, iniziavo a parlare e a fare domande finché lei non mi appoggiava il palmo sulla testa in una carezza che mi immobilizzava, chiedeva scusa all’importunato strizzandomi fuori un sorriso per addolcirlo. Questa era una cosa facile. Poi, da un giorno all’altro, sono diventata timida e ho smesso di parlare anche con le persone che conoscevo. Quando ho ricominciato l’ho fatto con gli occhi bassi, mangiandomi pezzi di domande insieme alle guance, le schegge di conversazione a ferirmi il palato come capita con le croste di pane vecchio.
Poi ci sono le cose che mi sono sempre venute difficili finché non sono diventate facili, facilissime.
Non sapevo dire le bugie perché mi trasformavano la faccia, mi facevano lampeggiare di rosso le guance. Poi ho iniziato a raccontarle così bene da finire per crederci, alle bugie che raccontavo, a sentire la febbre anche se il termometro l’avevo scaldato sulla lampadina, a dire che non avevo fame anche quando il mio stomaco cercava di reclamare – gli imponevo il silenzio, lo forzavo a rispettarlo.
Dormire era facile ed è diventato difficile, difficilissimo. Era facile catturare sguardi per strada finché non ho imparato a diventare invisibile e adesso anche solo farmi vedere è diventato difficile e i passanti mi spintonano senza capire. Mangiare in compagnia era facile ed è diventato così difficile che gioco nel piatto con la forchetta e intanto parlo e parlo finché il cibo non si raffredda. Deglutire pastiglie più grandi di un chicco di riso era difficile e ora non ho più bisogno nemmeno dell’acqua. Dire: sto bene, quando qualcuno mi chiede: come stai? Era facile, adesso è diventato difficilissimo. Dire: sto bene, quando qualcuno mi chiede: come stai? Era difficile, adesso è diventato facilissimo. Questo perché scegliere le persone a cui volere bene era difficile e facile insieme, perché volevo bene a chiunque, scegliere le persone a cui voglio bene è facile e difficile insieme, perché ho capito chi posso chiamare sorella, fratello, e chi no.

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