The roots and the ruins

Questo è un esercizio di verità. Tutto questo posto, tutte queste parole. L’unico modo che abbiamo per dirci davvero è questo, sembra, questo parlare con gli sconosciuti. Quando ero piccola avevo una migliore amica. Durava dall’inizio alla fine dell’anno scolastico, poi mi abbandonava. Non parlavo mai loro dei miei segreti. Quando sono cresciuta avevo dei migliori amici, ma anche a loro c’erano cose che non sapevo confessare. Ero sicura che non mi avrebbero capita, i loro segreti, i segreti che mi confessavano, erano così diversi dai miei. Forse anche loro tenevano da parte qualcosa, forse era così per tutti, l’idea di non doversi svelare completamente per non finire per restare soli, col risultato di finire per sentirsi soli, sempre.
In ospedale ho iniziato a raccontarmi davvero. Lo facevo con la terapia per la notte, che non funzionava per l’insonnia ma mi scioglieva la lingua. Se anche lei non avesse saputo mantenere i miei segreti li avrebbe comunque portati in un posto lontano dal mio, ne avrebbe parlato, una volta tornata a casa, con persone che non conoscevano il mio volto. C’era questa ragazza che si chiamava Chiara e mi ha detto che. Quando un segreto viene raccontato così non è più un segreto, è una storia, un aneddoto, prende vita e la prende indipendentemente dalla persona che ne è protagonista. E ci saremmo abbandonate comunque, alla fine del ricovero, non c’era bisogno di temere di venire abbandonate prima, e comunque i nostri segreti si somigliavano, e per la prima volta ho sentito quella cosa che chiamano senso di appartenenza. Non eravamo io e lei ad appartenere l’una all’altra, ma entrambe appartenevamo a qualcosa che ci univa.
Qui posso fare la stessa cosa. Posso alleggerirmi di tutto quello che non riesco a dire e che non riesco a dirmi senza sapere chi mi stia ascoltando – c’è qualcuno che ascolta?
Io sono le mie parole e chi conosce le mie parole conosce me – chi conosce me non necessariamente conosce le mie parole – e attraverso le mie parole posso darmi una forma che mi somigli più di quella che la natura mi ha dato – una forma ingannevole, una forma che non mi somiglia – e attraverso le mie parole posso confessarmi senza assolvermi, senza cercare l’assoluzione negli occhi dell’altro.
La verità non è mai gradevole perché resta troppo a lungo imbottigliata nelle circonvoluzioni del pensiero, e quando esce esce deforme e striscia trascinando le gambe atrofizzate, esce cieca alla luce e accecante di luce e affamata divora le orecchie di chi ascolta, allunga i pugni attraverso le costole di chi, per sbaglio, si avvicini, si infila in gola come un dito dopo un’indigestione, è incapace di tenerezza perché non l’ha mai conosciuta. La verità ha artigli che si impigliano nel canale del parto ed esce sporca e subito inizia a urlare, la verità è figlia di chi la genera e come una figlia gli somiglia – la mia è informe e pelosa e cattiva, vorrei abbandonarla in un cassonetto o rinchiuderla in soffitta e lasciarla morire di fame, vorrei infilarla in un sacchetto e annegarla nel fiume, vorrei spezzarle il collo – e questo è un cassonetto, una soffitta, un sacchetto e un fiume, questo è un addio scritto allo specchio col rossetto color puttana, un regalo sbagliato, un insulto, un dispetto.

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2 thoughts on “The roots and the ruins

  1. Sì che qualcuno t’ascolta. Ogni giorno. Ti ascolta per capire di più, per sentire di più e per avere meno paura.
    E t’abbraccia. Sempre.

  2. quel tizio là con gli occhiali dice, whatever works, basta che funzioni. per la paura, dico. perché lo sai, tu, che dietro tutte queste parole, anche quando sono spigolose, c’è un abbraccio.

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