i live on both sides of the mirror

La realtà è così pesante che la mano si stanca, e nessuna forma la può contenere. [*]

nella mia doppia vita scambio i colori di giorno e di notte ma spesso dimentico gli occhi truccati di nero tra le righe del cuscino tra le sedie spostate si accomodi pure, ma spesso mi scordo la chiave infilata nell’armadio delle cartelle cliniche dimmi ti ascolto, in entrambe non prego né dei né persone, la vita doppia in circonferenza fattori di rischio entrambe le cose, la vita la circonferenza – il respiro la nascita il sesso – lo stesso il pensiero continuo a rimuginare a scomporre frantumo le cose che ho già frammentate allontano le intere le stringo nel sonno alle tre del mattino le guardo dormire alle sei spalancata la bocca innocente stupore – se avessi potuto avrei scelto di essere uguale per quanto ogni volta qualcuno mi scelga diversa non amo chi ama i rimpianti non soffro rimorsi non ho più coscienza se non in quell’attimo prima che attiva l’azione – quell’uomo mi ha detto che ha perso un polmone lo ascolto continuo a fumare continuo a pensare a quegli anni in cui la tristezza fungeva da sonno e adesso mi manca il ristoro il mute non funziona mi tocca sentire lo schiaffo sonoro del mio narcisismo alla cara umiltà che mi infila corone di spine in tasca alla gonna, non sono persona ma donna, non sono persona ma uomo, non sono persona ma sono una cosa che scrive che aspetta che  gioca con il citocromo si attacca alla boccia, non sono persona ma goccia che scava la frase, non sono persona ma umore che bipolareggia che salta la fase

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2 thoughts on “i live on both sides of the mirror

  1. (L’uomo la stava come aspettando davanti alla porta di casa. Teneva in mano un piccolo foglio a quadretti con scarabocchiato sopra il suo nome e il suo indirizzo. Sembrò sorpreso quando la vide uscire, quasi si aspettasse di non trovarla.
    “La signora Louise Brooks?” La sua voce quasi tremava, mentre lei dopo tanto tempo si sentì chiamare di nuovo con quel nome.
    “Si, sono io.”
    “Dobbiamo parlare…”
    “Sto uscendo – rispose lei con il tono più gentile che riuscì a trovare. – ma se vuole possiamo fermarci a prendere un caffè.”
    “Dobbiamo parlare del signor Jackson Pollock.”
    A quel punto la gentilezza appassì di colpo e quando disse
    “Andiamo.” le parole suonarono quadrate.

    Seduti al tavolino di un bar lei sorseggiava un caffè, mentre l’uomo scrivacchiava nervosamente in un piccolo taquino. Prendeva appunti, non voleva perdersi niente.
    “Lei come l’ha trovato.” Chiese lei appoggiando la tazzina ormai vuota sul piatto e iniziando a giocare con il cucchiaino.
    Lui sospirò profondamente, svuotandosi del tutto. Appoggiò il taquino sul tavolo e si tolse gli occhiali.
    “Francamente? Fino ad oggi avevo dei seri dubbi che lei esistesse. Pensavo fosse solo il frutto della sua fantasia, una figura idealizzata da adorare e desiderare.”
    “A quanto pare si sbagliava.”
    “Si, certo: è ovvio. – disse ridendo nervosamente. – Ma con il signor Pollock niente è propriamente facile. Ogni volta viene da me e si mette a raccontare di questi suoi sogni strani, surreali, completamente slegati gli uni dagli altri. L’unica costante è lei: sempre presente, in senso fisico o sotto forma di desiderio. E’ come se vivesse in un suo mondo parallelo e lei fosse il solo legame che ha con alla realtà.
    Lei chinò leggermente la testa di lato, quel tanto per non farsi vedere, e di nascosto sorrise timidamente agli angoli della bocca.)

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