270409

la casa è rimasta uguale fuori e dentro, cambiano i nomi sul citofono e cambiano le vie e i palazzi tutto intorno, gli alberi piantati quando ero bambina adesso sono alti e proiettano le ombre sui viali e sulle donne in libera uscita sedute sul prato coi loro sacchetti di plastica pieni di cibo, bottiglie, lattine, qualcuna ha preparato un dolce in una teglia di alluminio usa e getta e lo offre alle amiche, ciò che era periferia è diventato centro e certa periferia resta sempre periferia due volte periferia, della città vecchia, della città nuova, là c’erano campi e di notte andavamo in auto a ballare sulle buche fangose per non pagare il biglietto delle giostre vicino, questa lingua mi è estranea e contraggo il muscolo corrugatore nello sforzo attentivo richiesto dalle sfumature, vocali chiuse, vocaboli oscuri, annuisco e cerco il suo sguardo in attesa di una spiegazione ma perdo dei pezzi, la traduzione è sommaria – mi dice, prima avevo bisogno del mestolo e non ricordavo il termine giusto in dialetto, lei non ricordava quello italiano, non riuscivamo a capirci, capisco, dice, capisco tutto ma non riesco a parlare, e il sole fuori riscalda la pasta gettata al lato del marciapiede qualcuno che dà da mangiare ai randagi è vietato, tiene le porte chiuse nel corridoio anni fa erano aperte ma adesso le basta una stanza alla volta, vedi il palazzo di fronte? pensavo che fosse un grattacielo e poi era rotondo, un tempo sembrava il futuro e chissà perché nel futuro usavano specchi al posto delle finestre, sapevano già che saremmo stati molto più vanitosi anche lei che vestita di strati vestita di stracci solleva la gonna più lisa e mostra la buona e sorride uno dei rari sorrisi, è arrabbiata con tutti persino coi morti è arrabbiata di quella rabbia bambina di quando nessuno ti dà quella cosa che proprio vorresti e ancora non sai che in un certo momento saranno altre le cose importanti, altri i desideri e i bisogni, e invece si vede che dopo ritornano uguali, in qualche modo mi viene da dire, vicini alla base, e quando dice che è sola lui ride e fa cenno di non dire niente, non sa che è malato, non dirlo, ma sono tranquillo, mi giura, mi abbraccia, mi sono vestita nell’imitazione dei grandi, la giacca a costine e la sciarpa di stoffa leggera, elegante, saluta la mamma, mi dice, lui spiega, non abita più insieme a noi, ma lei è rimasta al momento in cui la città era una e il mio accento diverso, al momento in cui ogni tanto saltava fuori il discorso, potremmo vivere qui, ma poi c’era sempre qualcosa ed è vero che il lago è vicino ma è un altro e forse saremmo finiti in uno di quei condomini ai quali pensavo nei giorni in cui la maestra parlava di babilonia e dei suoi giardini, li ho visti, si va in autostrada e dopo tre musicassette e giocare alle targhe si arriva, mi manchi mi manchi mi mancano tutti – tu dici, che brutto essere vecchi, io penso che spero di potermi vedere invecchiata in te tra trent’anni o quaranta.

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5 thoughts on “270409

  1. camminando su un filo teso tra due grattacieli, quadrati, rotondi, tagliati in diagonale come un triangolo rettangolo ad abbruttire il paesaggio di periferia, guardo giù: ho un po’ paura, ma l’euforia è tanta. Le uniche parole che riesco a dire non sono mie, ma spero che si accordino se non bene, perfette, almeno un po’: ho tutto in testa ma non riesco a dirlo.

  2. Linguaggi alieni e dialoghi e maschere familiari ma sconosciute ai margini della civiltà, sotto il tetto increspato di ricordi rurali…
    Bellissimo pezzo, mi ha ricordato la mia infanzia.

    7

  3. Forse è troppo presto per commentare, ho letto troppo poco, non ho capito quasi nulla.Oppure è la solita paura nello sporgermi sull’abisso di qualcuno che ha la forza, o l’incoscienza, di mostrartelo.

  4. non so bene cosa dire, tanto per cambiare – finché parlo girata di spalle le parole escono fluide ma quando sto occhi negli occhi balbetto e abbasso lo sguardo, ringrazio, sorrido.

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