riepilogo della spedizione

mi dico spesso che sono le mie aspettative a essere troppo elevate, è una cosa che ci diciamo spesso, noi che sappiamo un paio di cose sulle aspettative e sulle relazioni, o almeno così mi pare di potere azzardare per quanto io sia consapevole che il mio campione di riferimento non sia rappresentativo di tutti quelli che sanno un paio di cose sulle aspettative e sulle relazioni ma sono abbastanza sicura – si può essere “abbastanza sicuri” di qualcosa? o si è sicuri oppure no o anche in questo caso si applica la regola del grigio? – dicevo, sono abbastanza sicura del fatto che il fatto di possedere un certo tipo di vocabolario ti costringa, in qualche modo, a usarlo, e non capita con tutti i vocabolari ma con questo sì, forse perché questo dà un nome a un sacco di cose che altrimenti non avrebbero nome, dà un nome a un sacco di cose che altrimenti sarebbero nodi in gola e allo stomaco e ansie eccetera, e allora è sbagliato dire: costretti, ci fa comodo usare questo vocabolario, in un certo senso, perché è sempre meglio che certe cose, certi dolori, abbiano un nome, che in questo caso è come dire, abbiano una causa, un motivo, un colpevole, in qualche modo.
mi dico spesso che sono le mie aspettative a essere troppo elevate, e me lo dico così spesso che finisco per crederci e dirmi: le tue aspettative sono troppo elevate, anche quando non è così, anche quando vorrei chiedere un bicchiere d’acqua del rubinetto, per dire, e offrirmi di lavare il bicchiere, anche, dopo avere bevuto, ma questo esempio, questa metafora, mi è sfuggita di mano, ed essendo fatta di vetro rischia di rompersi.
sarebbe bello, mi dico, imparare a non aspettarsi niente di niente, prendere le cose che arrivano e ringraziare e stupirsi ogni volta – in questo caso uno non saprebbe neanche di starsi aspettando qualcosa e così se quel qualcosa non arrivasse, anche se quel qualcosa non arrivasse mai, non succederebbe proprio niente, non ci sarebbe neanche un po’ di disagio, neanche un po’ di dolore, o di fastidio, o di rabbia, o di tristezza, un po’ come quando ordini dei libri e non ti arrivano, non siamo stati in grado di reperire il titolo da lei richiesto, ma io me lo aspettavo, aspettavo quel libro e volevo leggerlo e adesso non posso più leggerlo e dico, ma vaffanculo, signori della libreria online, toglietelo dal catalogo, allora, non lasciatelo lì che poi uno pensa, finalmente l’ho trovato, e poi invece.
adesso che ci penso questo esempio è particolarmente azzeccato, anche se non saprei spiegare perché, spero che non abbiate delle aspettative troppo elevate nei miei confronti, non credo, ho sempre fatto in modo di evitare che ve le creaste, e invece, tornando all’esempio, mettiamo che entro in libreria, nella libreria di fronte al teatro, e trovo proprio quel libro che ormai neanche ci pensavo più, a quel libro, pensavo che non sarei mai riuscita a leggerlo e mi ero anche detta, non importa, con tutti i libri da leggere che hai in arretrato, poi magari lo compravi e restava lì e non lo aprivi neanche e ti sentivi in colpa per averci speso dei soldi o perché non leggi tanti libri quanti ne vorresti, e insomma, se io entro nella libreria con questo stato d’animo e trovo proprio quel libro poi sono felice, e sono felice perché non mi aspettavo di trovarlo.
non credo si possa imparare a non aspettarsi niente di niente, un po’ perché richiederebbe una completa sfiducia nei confronti del genere umano che purtroppo non mi appartiene, io tendo a perdonare gli altri, a giustificarli, anche quando indosso la maschera del cinismo e faccio finta di no; e poi, in fondo, nel corso della vita impariamo, attraverso il rapporto con gli altri, che ci sono cose che in un modo o nell’altro ci verranno date, sappiamo che a determinate azioni corrisponderanno determinate reazioni, ci si forma in mente questa idea ed è un’idea comoda e utile, anche, perché ci permette di fare un po’ di economia nel cassetto delle idee, e nel mio cassetto delle idee c’è già un sacco di disordine e forse era meglio se non iniziavo neanche a scriverlo, questo pezzo, perché a questo punto sono diventata triste e non ho più voglia di finirlo

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8 thoughts on “riepilogo della spedizione

  1. Forse non è tanto l’eliminazione delle aspettative (non solo impossibile ma nemmeno auspicabile, significherebbe l’annullamento di tutti i desideri, di tutti i progetti, senza aspettative non si costruirebbe niente nè si andrebbe da nessuna parte…l’annullamento delle aspettative è qualcosa che va oltre la disperazione…). Forse il punto è imparare a) a definire un campo di aspettative “sensate”, per cui valga la pena, e eliminare il resto b) a gestire la delusione delle aspettative in modo da uscirne più bene che male, di modo che sulle delusioni sia possibile costruire piuttosto che ulteriormente demolire…o almeno, questo è il lavoro che io cerco di fare per me stessa.

  2. sul punto a) ci sono – ecco, magari un po’ meno quando le aspettative riguardano me stessa e basta e allora non mi basto mai, ma ci convivo, con la me-che-pretende e la me-che-non-ce-la-fa, anche quando litigano un po’.
    il punto b) è un po’ più difficile, nel senso: ci provo, ci riesco spesso nei fatti, ma la sensazione che mi resta dentro cambia mica tanto, anche se e quando mi spiego le cose per bene. è che sono testona :)

    (e no, l’annullamento non è auspicabile, però una tregua, ecco, una tregua)

  3. Ma mica sei testona! E’ che sono cose difficilerrime…e la razionalità c’entra fino a un certo punto. Il punto in cui si smette di pensare e spiegare le cose e si inizia a sentirle. Insomma, un mezzo miracolo. Ma ai miracoli delle persone io ormai credo.

  4. il punto che mi frega, insomma :) però voglio credere ai miracoli anch’io, ecco. già a leggere “ai miracoli delle persone io ormai credo” mi viene da sorridere.

  5. Mettiamola così. Un conto è credere a qualcosa di mai visto, a qualcosa di solo immaginato/sperato. Io non uso mai il termine credere in tal senso perchè non ce la faccio, non ne sono capace. Quando dico che credo ai miracoli delle persone intendo dire che li ho visti. Che credo a quello che ho visto. E allora mi è più facile pensare che possa essere così anche in altre situazioni. Gioco facile, insomma.

  6. E’ che se non c’è la possiblità di sbucciarsi le ginocchia, è perchè non si sente neppure il vento schintarsi sul viso e tra i capelli e le dita tutte, ad una ad una. E non so se “conviene” e che ne può venire. Si, è la solita storia. E’ bella se parti dal punto che NON ha nessuna intenzione, nè il dovere, di essere facile e indolore. E’ più bella, almeno.
    Dalle aspettative , le impazienze. Se l’impazienza ci rende più belli o ci consuma, devo insegnarmelo ( e addosso) ancora. Magari entrambe le cose, magari ne riparleremo.

    ps: Io sono Dani*

  7. ed.: devitalizzazione come conservazione di orizzonti non vitali – può essere anche il contrario, allora, o non lo so.

    dani*: solo grazie. riparliamone sì, perché devo insegnarmelo addosso anch’io, ancora.

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