the beekeeper’s daughter

ci siamo sentiti spesso, la settimana scorsa, o forse erano due settimane fa, era preoccupato e allora mi chiamava per chiedermi come stavo o se stavo lavorando o se avevo finito quel libro e cose del genere, non è che mi abbia mai detto: sono preoccupato, però glielo sentivo nella voce, ormai lo so com’è, non dice le cose direttamente, gira intorno al nucleo rosso dell’affetto e comunque mi faceva piacere sentire che in qualche modo cercava di essere presente, non abbiamo poi spesso modo di parlare e quando ci capita in genere finiamo per toccare sempre gli stessi argomenti e io un po’ mi arrabbio un po’ divento triste un po’ ci resto male, a pensare che ancora non ci sono riuscita, che ancora non ce l’ho fatta, ma è un problema mio ,e non conta.
volevo chiamarlo per consigliargli questo autore che ho scoperto e ho pensato, potrebbe piacergli, questi libri potrebbero essere finalmente dei libri che gli piacciono come gli piacevano quelli che prendeva in prestito in biblioteca, adesso in biblioteca non va più e li prende dalla mia libreria, i libri da leggere, ne ho dovuti lasciare almeno la metà indietro perché sì, perché non c’entra con quello che voglio dire, ma mi dice sempre, che cazzo di libri leggi, oppure mi dice, ma che libri di merda prendi, soprattutto non gli piacciono quelli della minimum fax e in generale se un autore è ancora vivo non vale la pena, per lui, e fino a qualche anno fa la pensavo anche io così e leggevo i suoi stessi libri, per natale gliene ho regalati due, quelli belli rilegati in pelle blu e dorata, ma se una volta andavo sul sicuro, a prendergli dei libri, adesso mi sembra di avere esaurito le opzioni, le risorse, mi sembra quasi che abbia iniziato a preferire le riletture alle nuove scoperte, ma anche a me piace rileggere certi libri e non c’è niente di male, anzi, forse dovrei farlo più spesso, rileggere i libri.
volevo chiamarlo per consigliargli questo autore e l’ho detto a lei, l’altra sera, e lei mi ha detto, ricordati di fargli gli auguri, anche, e allora mi sono detta, aspetto ancora qualche giorno così lo chiamo solo una volta, non che non mi faccia piacere sentirlo ma ha sempre un sacco di cose da fare, prima di tutto, e spesso lo disturbo quando magari è in riunione e mi risponde dicendo il suo cognome e io allora dico, anch’io, dico, ci sentiamo più tardi, quando hai finito, e anche ieri sera, quando alla fine ho preso in mano il telefono, la prima volta mi ha appeso – si dice così? troppo colloquiale? – o meglio, ha preso la chiamata e poi ha appeso, non ha ben chiara la differenza tra tasto rosso e tasto verde, credo, non ha un buon rapporto con la tecnologia, anche se usa il computer e la macchina fotografica e anche altre cose, penso, e sono rimasta col telefono in mano ad aspettare che richiamasse e non richiamava, sapevo che era dal medico perché l’avevo chiamato per quello, perché lei mi aveva detto delle analisi, e quando dopo un’ora ho sentito la vibrazione in tasca ho sorriso e risposto e non l’ho neanche salutato, gli ho detto, allora, hai finito di farmi preoccupare o no? prima quella cosa, poi quell’operazione, adesso ‘sto problema, e basta, oh! e gliel’ho detto ridendo e ha riso anche lui ma in fondo ero molto seria, è sempre stato bene, non ha mai avuto problemi di salute, tranne quella volta dell’appendicite ma ero ancora piccola, nemmeno mi ricordo, e poi nel giro di pochi mesi tutte queste cose come se stesse andando a pezzi, in qualche modo – ormai ha una certa età e ti devi abituare, mi hai detto, ma io non posso mica abituarmi a quest’idea, e poi aveva proprio la voce carica di pensieri e paure e ho cercato di farlo ridere e rideva ma sentivo che non era abbastanza, e infatti poi stanotte non ha dormito, mi ha detto oggi, ed è strano che confessi questo tipo di debolezze, a me, poi, ed era quasi sollevato, oggi, all’idea di avere già fatto tutto, di avere comunque in mano una mezza risposta, anche se era quella che ci aspettavamo e che temevamo e ieri sera infatti mi ha detto, vedi? sono queste le cose importanti, le cose per cui vale la pena preoccuparsi, mica quelle stronzate di cui ti preoccupi tu, che neanche sa di cosa mi preoccupo io, ma hai capito il senso, e a quel punto consigliargli quell’autore non me la sono più sentita, di consigliarglielo, perché mi è venuto in mente di quando gli portavo i libri in ospedale e dei cavi e degli elettrodi e in quel momento ho pensato che per leggere i libri ci vuole tempo e il tempo ce l’hanno solo gli ammalati, preferisco che vada a correre o a portare a spasso il cane, per ora, che vada in montagna, magari che riprenda a giocare a tennis, altro che libri.

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4 thoughts on “the beekeeper’s daughter

  1. Ho preso le tue prime e mi ci sono arrotolato dentro, usandole come una coperta.
    E’ bello. Ed è bello vedere, o anche solo intuire, che altri vedano le giornate, le azioni, i sentimenti, magari pure i tuoi stessi, con parole. E frasi. E immagini.
    Un quadro che sconfina in un ritratto.
    Ti fa sentire meno solo, nell’inspiegabile armonia del caso.

  2. ed, che poi è una delle cose belle delle parole, questa, quando ti fanno sentire meno solo. perché ne leggi e ti dicono te stesso meglio di quanto potresti fare tu, o in un modo diverso, che ti apre nuove prospettive, o nello stesso modo, e per una volta ti sembra di aderire al mondo. o quando sei letto e ti scrivono una cosa così. grazie.

    grazie k, speriamo, sì, per ora è l’unica cosa da fare.

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