waltz #1

un giorno di questi mi potrebbe capitare di perdermi. un giorno di questi mi potrebbe capitare di dimenticare. dimentico spesso, dimentico molto, dimentico l’ora alla quale sono andata a dormire, il cibo con il quale ho cenato, i vestiti che ho indossato durante la settimana, la parole dette dopo le benzodiazepine o al risveglio, ricordo comunque troppo, ricordo di avere pensato, non che mi sia mai interessato ballare, ma vedendo sullo schermo la scena di danza ho pensato, a noi non succederà mai, non ne avremo mai la possibilità, io non ballo, non so ballare, tu probabilmente nemmeno o invece forse mi sbaglio e sei bravissimo, quante cose non so di te, e vedendo sullo schermo quella scena ho pensato, non deve essere poi così male, è una questione di armonia nei movimenti, di dialogo di corpi, di guidare e lasciarsi guidare, ho pensato, non ne sarei in grado, goffa come sono, consapevole come sono del mio corpo, non sarei in grado di lasciarmi andare così e muovermi in modo fluido senza inciampare, penso sempre che inciamperò e mi capita spesso ma non così spesso, alla fine, sono più le volte che ho paura di inciampare di quelle in cui effettivamente mi succede davvero, sono più stabile di quanto pensi, a tutte queste cose, pensavo, e a molte altre, anche, alla posizione da tenere nella poltrona per stare comoda e per starti vicina ma non troppo, agli odori che sentivo, alla punta del mio naso fredda, ai capelli, ai miei capelli che stavano perdendo forma e volume schiacciati dall’umidità, agli specchi che filtravano le immagini che si mettevano in mezzo tra il regista e gli attori e noi spettatori, lo specchio dovrebbe renderti consapevole e invece lì sembrava dire il contrario, o forse no, dovrei riguardare il film, ho in mente alcune cose da scrivere ma dovrei riguardarlo, avrei bisogno di una seconda visione, almeno, ma sto divagando per non arrivare al punto e il punto è che in un certo senso poi abbiamo ballato, ci ho pensato mentre eravamo nel parcheggio e ci muovevamo in continuazione ridendo allontanandoci e avvicinandoci e piegando la testa di lato e buttandola indietro, io, e nascondendola nella sciarpa, tu, e tendendo le braccia, e non c’era musica se non quella che usciva dalle nostre bocche ma ho pensato proprio, è come se stessimo ballando, ed è uno di quei momenti che voglio ricordare, insieme a quello poco prima, tenerti il taccuino mentre ci scrivi sopra scattandoti fotografie con gli occhi, click, abbasso le palpebre sulla tua mano che stringe la penna, click, abbasso le palpebre sul tuo sguardo concentrato, click, abbasso le palpebre sulle tue righe lunghe come la mia ombra proiettata sul foglio, click, un giorno vorrei fotografarti davvero, so da quale parte prenderti per farti vedere come ti vedo, click, questo però non lo scrivere, click, questo posso scriverlo? poco importa, scrivo quello che voglio, per ricordare, si scrive sempre per ricordare, per questo poi rileggersi fa male, perché i ricordi finiscono nel momento in cui diventano ricordi e nel momento in cui diventano ricordi non sono più la cosa ricordata ma una sua trasposizione, la cosa ricordata è già finita e nel ricordo confluiscono cose, nostalgie, la cosa ricordata ha una cornice che è il ricordo stesso, dei limiti invalicabili, dev’essere per questo che le cornici non mi piacciono, dev’essere per questo

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4 thoughts on “waltz #1

  1. io mi ricordo un sacco di cose che nessuno ricorda, poi, cose che mi servono a poco, anche, testi di canzoni che non canto più da quindici anni, per esempio, trame di film che non ho mai visto. e allora mi dico che forse occupo troppo spazio con queste cose qui, e poi non ne rimane per il resto, e ogni tanto mi sembra di essere h.m. che ogni cosa è nuova e ogni tanto, invece, mi restano attaccate incrostazioni di cose che vorrei grattare via.

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