più niente più niente più niente

Non sapevo quale fosse il mio destino, non lo leggevo nelle stelle negli uccelli nelle mani – lo scrivevo ago e filo sotto pelle graffiando infinite possibilità che guarivano dopo due settimane di pomata antibiotica garza sterile e cerotto – che sanguinavano al cambiare del tempo come le stimmate dei santi.
Volevo essere morta e volevo essere Dio per distruggere e creare, Cristo per resuscitare – rotolata la pietra un tubo in gola il fegato mangiato – incatenata – dall’aquila e dai metaboliti epatotossici, sciogliere i sassi con la bile nera e farmi sanguisuga per incidere e spurgare il troppo sangue che inarcava la mia schiena, contrazione, paralisi, mutismo, l’utero vagante, vaga, vacua, quale quanta pena, oltre la linea oltre il confine oscillando morire per guarire dai peccati non commessi, impenitente non scusarmi non redimermi – rimettere i debiti e le colpe e tutti i pasti, potere ingravidare. E adesso prendo il treno per andare a lavorare e mi scordo le parole nel vagone, e adesso non combatto, e adesso non dico la paura per non renderla reale – l’ho mai detta? L’ho scolpita, l’ho dipinta, sfigurata e travisata – l’ho gridata come insulto e ritirata da vigliacca, l’ho salvata nelle bozze, l’ho nascosta tra le righe, chi la legge? Grave, cado.

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