Verticale

Fossi capace parlerei sottovoce, adesso, invece la voce mi esce dal fondo e ha tutto il corpo per rimbombare e crescere e uscirmi strappata e veloce: veloce, ma non più felice – il colore del turbine cambia e si ossida e io sono in mezzo. Per questo il silenzio, le frasi a metà.
Non respiro.
Mi tremano le gambe.
Mi tremano le mani.
Il battito si gonfia nel collo e cerco il cucchiaio, le gocce mi cadono sulle ginocchia nude e livide e ruvide di disidratazione e di freddo e le lecco, sbatto il cucchiaio sui denti perché anche le labbra tremano, ingoio.
Mi si accartoccia la faccia nel pianto, la fronte un foglio piegato a metà, mi porto le mani alle lacrime senza motivo per asciugarle e nasconderle e poi arriva la rabbia – ogni centimetro libero della parete mi sembra un bersaglio, il bersaglio giusto per aprirmi le nocche e sporcare quel cazzo di muro – tutto quel bianco – ma poi è altro bianco a calmarmi, risposta a una domanda non posta o caso o fortuna, assonanza.
Adatto è chi risponde a uno scopo – questo è il mio scopo – adattarsi è rassegnazione e io non sopporto, mi altero, perdo la forma e trattengo il respiro e violacea mi lancio o mi adagio, sempre sdraiata per terra finisco, in un modo o nell’altro, il pavimento a ridarmi un confine, un contatto, una protezione.

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