One of these days (I’m going to cut me into little pieces)

Quella volta che ero matta. Provenienza assistito: ricorso diretto.
Tipo ricovero: non programmato.
Essere matti vuol dire: riferita ingestione di farmaci in quantità non meglio precisata circa un’ora pre-obiettività clinica.
Non puoi fare telefonate o, a volte, due al giorno – e fin qui, va bene, non avevo nessuno da chiamare.
A mezzanotte sono triste, triste, triste – vado in cucina e apro il frigorifero, il mobile bar, prendo un bicchiere alto e lo riempio, miscelo caffeina e anidride carbonica e alcol, ancora un po’, ancora un po’.
Che giorno è oggi?
Non orientato nel tempo e nello spazio.
Oggi?
Risposte approssimate. Insalata veloce di parole.
Che giorno è oggi?
Data astrale -2214221.9178082193, buone condizioni di visibilità ma solo in penombra, gli abitanti del pianeta hanno due dimensioni come fogli di carta e sono viola blu e gialli. Vedo la destra, vedo la sinistra, non vedo il centro.
Bevo e mi formicolano le gambe, le braccia, mi brucia la gola e sono ancora triste.
A essere matto non puoi andare a prendere il caffè, non dico al bar, non puoi andare a prendere il caffè neanche alla macchinetta se non c’è qualcuno che ti accompagna, a prendere il caffè, non puoi andare a prendere il caffè alla macchinetta neanche se hai un paio di monete che hai trovato in fondo alle tasche di quei pantaloni che non mettevi dall’ultima volta che eri matto e non hai bisogno di chiedere in giro, mi offri un caffè?
All’improvviso si accorse che il letto era diventato troppo corto. Provò a sedersi e a sistemare il cuscino, per poi tornare a immergersi nel calore delle coperte, e ancora gli pareva che i suoi piedi, per quanto flettesse le ginocchia, fuoriuscissero dal materasso, galleggiando in uno spazio sconosciuto.
Non posso essere cresciuto, pensò, e il letto non può essersi ristretto; non riusciva a capire cosa fosse cambiato, da anni si addormentava sempre nella stessa posizione. Era forse colpa del detersivo con cui lavava le lenzuola?
Accese la luce sul comodino e scese dal letto con il piede sbagliato, per circumnavigarlo alla ricerca di una spiegazione. Il letto era sempre uguale, probabilmente era solo scivolato al fondo, sempre più al fondo del tepore, trascinando con sé il cuscino.

All’una sono triste, triste, triste – piango piano e raccolgo le lacrime una a una con l’indice che sa di troppe sigarette – le lacrime sono poche e gonfie e pesanti – vorrei cercarti ma non lo faccio, non voglio rischiare di romperti il sonno.
Voglio cedere voglio cadere, voglio ginocchia strappate graffiate e camminarci fiera, voglio sentire la mia voce quando è al volume più alto quando mi esce dalla gola graffiando, voglio stamattina resuscitata dal sonno chimico che ha ammazzato il buco che mi sono fatta mi hanno fatto nella notte – un buco di quelli da pugno che entra e che gira e che toglie – resuscitata senza dolore saltando le linee tra le piastrelle voglio ignorare la crepa sul muro voglio bruciare.
Essere matti vuol dire: le lenzuola marchiate che chissà perché non usano l’ammorbidente, e potere fumare sotto al divieto e vestire di nero e chiedere sempre, quand’è che si esce? Domani? A casa? Domani? Senza avere risposta fin quando la casa diventa quel posto e ti trovi alle tre del mattino a suonare e vi prego, lasciatemi entrare.
Alle due sono triste, triste, triste – vado in cucina e apro il cassetto delle posate, prendo un cucchiaio da caffè, lo poso, meglio uno da minestra – svuoto mezza boccetta di – come si chiama? Bromazepam, ecco, lo sapevo e l’ho dimenticato, quando l’ho dimenticato, tra l’una e le due? Prima? Dopo?
Potrei stare semplicemente ferma così. Le gambe distese incrociate intrecciate la mia con la mia, la schiena che segue la curva del cuscino, una mano infilata sotto la maglietta, appoggiata sulla pancia, le dita allargate che si diramano dal mio centro come radici, come radici i polpastrelli si spingono dentro, affondano, la sigaretta incollata alle labbra che si consuma in un filo azzurrino, gli occhi che ci si incrociano dentro mentre la cenere cade e penso al movimento che dovrei fare e non lo faccio non posso, potrei restare così e chiudere gli occhi e sentire tutta la pesantezza di, come si chiama? Sentire le gambe che sprofondano nel materasso, le braccia pesanti, potrei restare ferma così e non ricordarmi di respirare.

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