Street View

da wikihow

Una volta qualcuno mi ha detto che chi scrive ormai non ha più tanto bisogno di descrivere le cose, certe cose, perché dà per scontato che chi legge sappia di cosa sta parlando. E allora, per esempio, fino a un certo punto se uno scrittore voleva parlare di un treno, non poteva mica dare per scontato che chi l’avrebbe letto sapeva come fosse fatto, un treno, perché magari non l’aveva mai preso, un treno. Non c’erano neanche i film, in quel momento, nel momento in cui lo scrittore voleva parlare di un treno, e invece adesso se lo scrittore vuole parlare di un treno basta che dica treno, e tutti capiscono quello che vuole dire. Poi le persone hanno iniziato a viaggiare, e quando non potevano viaggiare bastava che sfogliassero una rivista, per esempio, oppure che guardassero la televisione.

Io è da un po’ che non viaggio, che non viaggio per davvero, dico – senza tenere conto delle volte che magari vado in giro per lavoro o cose del genere. E allora ogni tanto vado su Google e scrivo il nome di una città e clicco su mappe e mi avvicino al centro della città con lo zoom e poi scelgo, satellite – e a quel punto posso iniziare a passeggiare lungo la strada e voltarmi a destra e a sinistra per osservare le case e i passanti con le facce oscurate e, a volte, persino le scritte sui muri.

Raramente visito posti che non conosco – preferisco tornare dove sono stata almeno una volta e ritrovare percorsi: la passeggiata a cui mio padre ci costringeva ogni giorno nel piccolo paese di mare della Liguria (salvo poi perdermi a cercare il negozio in cui facevamo la spesa, la piazza con le cabine della Sip in cui andavamo a cercare le schede telefoniche, il bar in cui andare a guardare le partite di Italia ’90); le strade in cui scorrazzavamo con i pattini, quelli gialli e neri che crescevano insieme a noi e si slacciavano sempre nel momento in cui eravamo più veloci, precipitandoci sull’asfalto che ci grattava i gomiti e le ginocchia (salvo poi perdermi a cercare la finestra da cui ho visto la prima eclissi, il muretto su cui mi sdraiavo a leggere e da cui mi bastava allungare una mano per spiluccare l’uva americana, la strada – in parte sterrata – per raggiungere il piccolo cimitero e lo spiazzo su cui, al mese di agosto, spuntavano le tavolate a quadretti della festa campestre).

Il posto più bello da visitare, però, è quello in cui sono nata. Dall’alto è verde di alberi e rosso di tetti. Dal basso, ma alzando lo sguardo, il cielo è pieno di nuvole – è una bella giornata ma forse pioverà presto, a giudicare dalle pennellate di grigio, oppure no: non ho mai imparato la saggezza dei pescatori che conoscono non solo le correnti del lago, ma anche quelle dell’aria. Vado a vedere il campanile che, nei temi delle scuole elementari, non faceva che stagliarsi, la fontana, nascosta tra le palme, in cui si specchiano le gelaterie con i menù in tedesco. Si può risalire persino la Ruga, ma solo a metà, prima di ritrovarsi catapultati in piazza Gramsci; da lì posso decidere se andare a riposarmi sulle panchine sotto il canforo di fronte alle Poste o se passare di fronte al vecchio Cinema Sociale. Ma la sorpresa più bella, nell’arrivare di fronte alla casa in cui sono diventata grande, è trovarci mio padre, sotto il portico, che mi aspetta. Il cane accucciato volta la testa per guardarlo, il lampione rotondo che, da piccola, immaginavo fosse una luna, si specchia nelle finestre (mia madre forse in cucina ad aspettarmi preparando il caffè).

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Come andare in bicicletta

da https://www.wikihow.com/Ride-a-Bike-Safely

È come andare in bicicletta, dicono, e intendono che se hai imparato una volta poi non te lo dimentichi più. È la memoria dei muscoli, no? Come quando prendo in mano gli spartiti e la chitarra e riprovo gli esercizi e le dita sanno dove andare anche se gli occhi ci impiegano un po’, a decifrare le mosche nere sui fili stesi, e inciampano – le dita, gli occhi – molto più di quanto inciampassero un tempo, certo, perché inciampare o meno è una questione di esercizio, ma sanno dove andare, che è una questione di memoria.
La mia prima bicicletta è stata la bicicletta di mia mamma, era color granata e aveva un seggiolino apposta per me che poi è diventato il seggiolino di mia sorella. Di quei viaggi ricordo solo quello che mi hanno raccontato, il cappellino per proteggermi la testa dal sole che, in discesa, volava via.
La mia prima bicicletta era rossa, aveva le rotelle e l’ho trovata nascosta dietro alle tende della sala la mattina di Natale, mi ha lasciato una cicatrice sul ginocchio che si vede soprattutto d’estate, quando sono abbronzata.
Dico, quando ho iniziato a scrivere, ma non intendo mica le lettere tremolanti nell’inchiostro blu della Replay. Intendo quella volta in cui ho pensato, posso? E mi sono risposta di sì. Se scrivere è come andare in bicicletta, la lettere tremolanti sono i giorni in cui tuo padre toglie le rotelle e ti promette di reggere il sellino, e quando ti accorgi di stare pedalando da sola e lo vedi in fondo alla via, cadi. La volta in cui pensi, posso? E ti rispondi sì, invece, sono i giorni in cui aspetti le due di pomeriggio per correre in garage, prendere la bicicletta e andare velocemente in tutti i posti in cui desideri trovarti. La volta in cui ti ritrovi dopo un sacco di tempo davanti a un foglio bianco e ti chiedi se sarai ancora capace di scrivere, invece, adesso te la dico.

A quella volta che siamo andati sul fiume e abbiamo deciso di noleggiare due biciclette ci pensiamo spesso, ogni tanto ci diciamo, ti ricordi? E ci ripromettiamo di farlo ancora, magari questa volta scegliendo un altro fiume, per non correre il rischio di ritrovarci di nuovo con biciclette che perdono i pedali. Le abbiamo portate a mano fino allo spiazzo davanti alla chiesa perché io non ero mica così sicura, di ricordarmi, né mi fidavo della memoria dei muscoli – volevo un po’ di spazio in piano per vedere se fossi ancora capace di restare in equilibrio, che a volte mi sembra difficile farlo sulle gambe, figuriamoci su due ruote. È come andare in bicicletta, dicono, e intendono che se hai imparato una volta poi non te lo dimentichi più, ma secondo me chi si è inventato questo modo di dire non ha mai lasciato la bicicletta in garage a prendere la polvere per anni, o forse sono io che ho la memoria corta.
La bicicletta rosa è stata la bicicletta di mezzo, ma io stavo crescendo troppo veloce ed è durata poco, il tempo di farmi prendere confidenza con le biciclette dei grandi; la bicicletta argento aveva lo stesso norme di un ciclista ma non era davvero mia, quella verde e bianca è stata un premio, l’ho scelta, è la bicicletta dei primi baci e di tutte le volte che tornavo a casa in ritardo.
La volta in cui ti ritrovi dopo un sacco di tempo davanti a un foglio bianco e ti chiedi se sarai ancora capace di scrivere è quando sei nello spiazzo davanti alla chiesa e che paura, che hai, hai paura di cadere. Hai paura di non essere più capace, e allora ti accorgi di tutta una serie di cose di cui di solito non ti accorgeresti e la paura aumenta.

Io non lo so, se scrivere è come andare in bicicletta, e però sono arrivata fin qui e non sono ancora caduta. Non sto andando veloce, continuo a fermarmi perché penso di stare per cadere e avrei voglia di smontare dalla bicicletta, lasciarla nell’erba ad arrugginire e andarmene via a piedi. Però sono arrivata fino in fondo e magari domenica andiamo sulla ciclabile della Martesana, e magari domani torno qui e scrivo ancora.

Digressione

Non mi ricordo bene quand’è che ho iniziato ad andare a scuola da sola, però faccio finta di sì anche se l’unica cosa che ricordo davvero sono le volte che giocavamo a fare le nuvolette col fiato, d’inverno, e io avevo già imparato i gesti che poi mi sarebbero diventati davvero familiari – tenere la sigaretta tra le dita, tra l’indice e il medio, portarla alle labbra, aspirare, soffiare – e mi succede che volevo scrivere di una cosa e invece me ne sta venendo in mente un’altra: che fine hanno fatto le nuvolette di fiato? Può essere che non me ne accorga più, di quando fa così freddo, o può essere che gli inverni si siano fatti più miti.O forse quando penso che è una questione di tempo, sto pensando al tempo sbagliato. Non al tempo in cui ero bambina né alle condizioni meteorologiche ma a quello dell’orologio, perché per fare le nuvolette di fumo non si deve avere paura di arrivare in ritardo.

Si devono aprire gli occhi si deve raggiungere il bagno a tentoni per fare la pipì, lavare le mani, si devono scendere le scale sbadigliando si deve entrare in cucina e aspettare che il latte nel pentolino si scaldi ma senza fare la pellicina sopra.
Ci si deve accomodare dalla sedia con la seduta di paglia intrecciata che, poco prima, è servita per raggiungere l’anta dell’armadietto sopra il tavolo per prendere la scatola di latta dei biscotti.
Si devono estrarre dalla scatola numero quattro biscotti: se sono rotti, si possono comporre con due o più pezzi ma senza barare, non vale prendere quelli appena ammaccati per farne uno enorme. Inzuppare un biscotto nella tazza, aiutarsi col cucchiaio per non rischiare sai bene cosa. Ripetere. Ripetere. Ripetere.
Salire le scale, entrare in bagno, lavarsi i denti. Sperare che sia giorno di pantaloni e non di gonna e calzamaglia. Rassegnarsi alla calzamaglia, infilarsela, e poi gonna, camicetta, maglione.
Controllare la cartella: i libri, l’astuccio, i quaderni, il pacchetto di cracker che si sbricioleranno prima della ricreazione. Sopportare il cotone nelle orecchie, il berretto di lana. Allacciare gli alamari del montgomery, pensare che assomigliano alle olive delle vacanze in Liguria. Caricarsi la cartella sulle spalle, sperare che l’anno prossimo sarà quello dello zaino. Salutare la mamma, salutare il papà, uscire dalla porta, salutare il cane, uscire dal cancello. Incrociare una tua compagna di classe, attraversare insieme le strisce pedonali.
Salutarsi, notare la nuvoletta che vi esce dalle labbra, pensare al fumo delle sigarette dei vostri genitori, quelle bianche e lunghe delle mamme, con il filtro macchiato di rossetto, fermarsi più volte lungo viale Azari per giocare alle signore che fumano, ridere, arrivare a scuola e salutare Archimede il bidello.

O forse ancora è solo che il fiato dei bambini è più caldo, chi lo sa, a me piace soprattutto quest’ultima ipotesi perché, come spesso accade, mi piacciono le cose che hanno poco senso ma un bel suono.

òr·to

Una volta i miei genitori avevano conosciuto una signora ed erano diventati amici, e meno male che non ho voglia di mettermi a fare dei calcoli perché temo che questa signora e i miei genitori quella volta, la volta in cui sono diventati amici, fossero più giovani di me adesso che sto scrivendo di loro, di me che se qualcuno per sbaglio mi dà del lei o ancora più per sbaglio mi dice signora resto di cattivo umore per dei giorni. Secondo me a quei tempi, quando i miei genitori e questa signora sono diventati amici, la gente della mia età o persino un po’ più giovane non si faceva tutti questi problemi, o forse è solo che i genitori e i loro amici mica te lo dicono, che da un certo punto della vita in avanti non riesci a fare pace con l’idea di essere diventato adulto perché in fondo ti senti ancora vent’anni se non di meno.

Questa signora era di Milano, era nata a Milano, dalle nostre parti non è che capitasse tutti i giorni di incontrare qualcuno che era nato a Milano, al massimo succedeva il contrario – che delle persone nate dove sono nata io si trasferissero a Milano per lavoro che poi, se vogliamo semplificare di molto le cose, è quello che è successo a me. Le persone di Milano, al massimo, al lago ci venivano in vacanza; a noi, invece, di andare in vacanza a Milano non ci sarebbe proprio mai venuto in mente, al massimo in gita, per vedere le giraffe al Museo di storia naturale.

La prima volta che ho visto le giraffe al Museo di storia naturale c’era con me anche mia mamma. Non ho bisogno di farli, i calcoli, per dire che era molto più giovane di me che adesso sto scrivendo, ma quando la chiamavano signora non faceva una piega. Adesso, però, quando le dico che essere adulti fa schifo mi dice, già, è vero, e allora mi viene da pensare che la piega non la facesse davanti a me, ma dentro pensasse le stesse cose che penso io adesso, o qualcosa del genere.

A Milano se proprio sei fortunato hai magari un balcone, un terrazzo, e allora puoi piantare qualcosa in un vaso – dei fiori o addirittura del basilico, dei pomodori o delle fragole, ma forse una volta si usava di meno, questa cosa di coltivare frutta e verdura sul balcone, perché la frutta e la verdura che compravi al mercato era buona, più buona di adesso o perché non lo so, o magari sono io che mi sono fatta questa idea e invece tutti i milanesi di una volta coltivavano frutta e verdura sul balcone, dovrei chiedere in giro. Dalle nostre parti, invece, quasi tutte le case hanno un pezzettino di terra – un prato, un giardino – e allora io ho sempre mangiato le carote dell’orto, le zucchine dell’orto, l’insalata dell’orto, i fagiolini dell’orto, ho imparato a raccoglierli quando ero piccola e a riconoscere le diverse piante e altre cose che chi non ha mai avuto un orto non ha imparato.

Le cose che impari da grande sono diverse da quelle che impari da piccola – devi ripassarle in continuazione, se no te le dimentichi. Le cose che impari da piccola te le ricordi anche se non vorresti o anche se non ti interessano più, e fanno parte di te, in un certo senso, sono un po’ il terreno da cui le tue radici, se fossi una carota, trarrebbero nutrimento.

La signora di Milano, quella che era diventata amica dei miei genitori, aveva deciso di piantare delle carote, dell’insalata, dei pomodori – non a Milano, sul balcone, ma nel pezzettino di terra che aveva davanti alla casa dalle mie parti. Aveva comprato i semi, aveva consultato il calendario (il calendario di Frate Indovino, per esempio, dava indicazioni utili sulla semina e sui raccolti, insieme ai consigli pratici per le donne e a una serie di curiosità: lo sapevate? Lo credereste?) e ogni giorno riempiva l’annaffiatoio e lo svuotava sul pezzettino di terra. La signora di Milano che era diventata amica dei miei genitori, però, non aveva mai raccolto le carote dell’orto, le zucchine dell’orto, l’insalata dell’orto, i pomodori dell’orto: non sapeva, per esempio, che le carote crescono sotto terra, e si disperava perché le sue piante di carote non stavano facendo le carote.

Quando vai a vivere in un altro posto, in un posto che non è quello in cui sei cresciuta, devi imparare un sacco di cose, e non parlo solo delle vie o dei quartieri o dei modi di dire o di dove andare a comprare il pane; ci sono state un sacco di volte in cui ho fatto la figura di quella che non sa che le carote crescono sotto terra, perché è quello che succede se le carote le vedi sempre e solo avvolte nel cellophane o in uno di quei sacchetti di plastica con le righe rosse, che chissà perché i sacchetti di plastica per le carote sono fatti in quel modo – magari qualcuno che non è cresciuto dalle mie parti ma dalle parti in cui fanno i sacchetti per le carote lo sa.

Avvertito anche a Milano

Una volta, c’era stato un terremoto da qualche parte, siamo andati sulla homepage del Corriere della Sera e abbiamo letto, avvertito anche a Milano, e da quel momento abbiamo iniziato a farci caso. Ci mandavamo dei messaggi, avvertito anche a Milano, ci chiamavamo da una stanza all’altra, ci mostravamo lo schermo del computer, perché quella frase ci faceva ridere. Non ridevamo dei terremoti, i terremoti fanno paura, ma quella frase lì, per qualche minuto, ci faceva smettere di pensare alla paura, ci faceva smettere di pensare a tutte le cose terribili che possono capitare. Chissà perché è così importante, che un terremoto sia stato avvertito anche a Milano, chissà perché c’è bisogno di dirlo, come a dire: se è stato avvertito anche a Milano allora è vero, se è stato avvertito anche a Milano allora vuol dire che era forte, che ci ha toccato da vicino, che vale la pena raccontarlo.

Dove sono cresciuta ci sono abbastanza notizie da costruirci un telegiornale ogni sera, tranne la domenica. Il telegiornale ha una sigla, che appena la sento mi fa tornare piccola, mi fa ricordare il minestrone e le briciole di pane sulla tovaglia e i tovaglioli di stoffa che ormai quasi li uso solo a Natale, mi fa ricordare le bottiglie di vetro nel cestello accanto al frigorifero, il jingle della pubblicità di un negozio di abbigliamento a Gravellona Toce.

Il telegiornale ha i titoli, una conduttrice o un conduttore in studio, delle rubriche, diversi servizi per raccontare le notizie. Sono notizie piccole, di solito: un litigio al consiglio comunale, un incidente sulla superstrada, uno spettacolo a teatro. In città le notizie sono diverse, anche se i litigi, gli incidenti e gli spettacoli ci sono finiscono nascosti in qualche trafiletto, devi andarteli a cercare. È più difficile fare notizia, in città, succedono troppe cose e siamo tutti distratti, e forse è per questo che poi finiamo per cercare di appropriarci delle notizie degli altri, c’è stato un terremoto, avvertito anche a Milano.