Una cosa brutta

Alla fine però non mi hai mica mai detto cos’è successo, mi dice, si scusa, quasi, mi chiede, posso? Io cerco velocemente di ricordare, possibile che non gliel’abbia detto davvero? Mi sembra strano, ma dev’essere per forza così, non è una cosa che si dimentica.

* * *

Non sono brava a parlare di me. Scrivere è un’altra cosa, è una cosa diversa, che non significa che sia brava a scrivere di me ma che, a volte, mi viene più facile. Scrivere è un’altra cosa perché ci puoi girare intorno, alla cosa che vuoi raccontare – se lo fai parlando ti vengono gli occhi sfuggenti e le persone pensano male. Se scrivi, invece, gli occhi non si vedono o se si vedono fanno da specchio, così se leggi che mi è successa una cosa brutta inizi subito a pensare alle cose brutte che sono successe a te.

Mi è successa una cosa brutta. Se hai iniziato a pensare alle cose brutte che sono successe a te, mi dispiace. Se scrivi è anche più facile chiedere scusa. Scusa, non volevo farti pensare alle cose brutte che ti sono successe.

Dicevo: mi è successa una cosa brutta. No, non è importante cosa. Non mi è neanche successa davvero, in un certo senso, ma a questo punto girare intorno diventa difficile e allora la smetto qui. Anche perché non è della cosa brutta che voglio parlare, ma del modo in cui le persone reagiscono alle cose brutte che capitano agli altri; del modo in cui le persone hanno reagito alla cosa brutta che è capitata a me.

* * *

All’inizio, quando ti capita una cosa brutta, le persone sono fantastiche. Non tutte, probabilmente, però mi piace circondarmi di persone che reputo belle, e in effetti quando la cosa brutta è iniziata queste persone sono state molto gentili. Mi chiedevano, come stai? Mi chiedevano, posso fare qualcosa per te? Hai bisogno di una mano? Io non l’ho neanche mai chiesta, una mano, perché fare cose – che fossero andare a fare la spesa o lavorare a una consegna urgente – mi aiutava a non pensare alla cosa brutta che stava succedendo e preferivo così. Rispondere all’altra domanda, come stai, era un po’ più difficile, perché quando succede una cosa brutta stai male, ovvio, però poi succede anche una cosa strana, la vita va avanti e tu con lei e a volte magari arranchi, ma più spesso no. Poi, mentre non stai arrancando, te ne rendi conto con un certo stupore e ti senti anche in colpa – almeno, a me succedeva e succede così.

La cosa brutta che mi è capitata anche se non mi è proprio capitata ma comunque mi ha toccata molto da vicino è andata avanti per un po’, per qualche mese che è durato tantissimo, perché quando succede una cosa brutta il tempo, per quanto cerchi di riempirlo, non passa mai. In questo periodo, tra l’altro, la cosa brutta, che era già brutta quando era iniziata, è diventata prima bruttissima, poi terribile – insomma, se la cosa brutta fosse un piatto che ti cade in testa, la cosa brutta che mi è capitata anche se non mi è proprio capitata ma comunque mi ha toccata molto da vicino sarebbe un servizio di piatti (e non compattato dentro uno scatolone, ma un piatto alla volta). A un certo punto ho iniziato a sentire una cosa molto simile all’imbarazzo, quando le persone mi chiedevano, allora, va meglio? E io invece dovevo rispondere che no, anzi. E a sentirmi in colpa per il fatto di avere sentito una cosa molto simile all’imbarazzo.

* * *

Pensavo di avertelo detto, gli ho risposto, e poi gli ho raccontato cos’era successo. Mi rendo conto che quando lo racconto gesticolo ancora più del solito, c’è proprio tutta una serie di gesti che faccio e che vorrei evitare di fare.

* * *

Quando ti capita una cosa brutta, tipo la cosa brutta che mi è capitata anche se non mi è proprio capitata ma comunque mi ha toccata molto da vicino, ti capita di sentirti in una bolla. O come un pesce in un acquario, un pesce che vorrebbe dire delle cose alle persone che lo stanno guardando da fuori ma non ci riesce, perché da quella bocca di pesce escono solo delle bolle. Neanche questo esempio è giusto, perché a me dalla bocca uscivano parole, e mi sembrava anche che fossero le stesse parole che usano le altre persone, parole che fanno parte del loro vocabolario, ma mentre queste parole viaggiavano da me a loro si trasformavano in qualcosa d’altro. Forse le altre persone non sanno bene cosa dirmi, ho pensato. Forse non hanno voglia di sentire parlare di cose brutte, proprio per quel fatto che le cose brutte che succedono agli altri ci fanno pensare alle cose brutte che sono successe a noi – e, peggio ancora, a quelle che ci potrebbero succedere. Forse sono io che non mi faccio capire.

* * *

Una cosa brutta che mi è successa è che ho disimparato a parlare.

Annunci

Foto, foto, foto

La memoria è fatta di cose che so e di cose che penso di sapere e di cose che non capisco bene in quale cassetto stanno. Le cose che so sono quelle che hanno le prove, che hanno lasciato un segno: so che in seconda media ho tagliato i capelli più corti da una parte e più lunghi dall’altra perché c’è una fotografia che lo dimostra. So che sono andata a vedere i Nirvana nel 1994 perché ho ancora il biglietto in una bustina di plastica. So di tutte le volte che mi sono rotta un osso perché ho (oppure ho avuto) le corrispettive lastre. So di avere avuto un cane (foto). So di avere avuto quattro gatti (foto, foto, foto, foto). So di avere scritto alcune lettere perché posso leggere le risposte. So di essere stata brava in inglese e in italiano per via delle pagelle, so di essere stata innamorata di un certo numero di persone, quelle di cui ho scritto il nome sui libri di scuola, le iniziali sui diari. So di avere tentato il suicidio (referti, carte), so di avere ricevuto in prestito un certo libro e di non averlo mai restituito – è sugli scaffali della libreria – e so di avere desiderato ogni volta che quella dedica fosse per me, anche se non so chi l’abbia scritta e in questo momento nemmeno la ricordo.

Penso di sapere che dietro la casa dei miei genitori c’era un grande prato diviso in tre parti da due stradine, penso di sapere che a volte, non so quanto spesso, ci andavamo – mio padre, mia sorella, il cane; penso di saperlo ma non lo so, non ne ho le prove, anche se ti ho raccontato questa cosa indicando il parcheggio al posto del prato, aspettandomi quasi, da un momento all’altro, di vedere spuntare il verde dell’erba, i ranuncoli gialli. Saprei di essermi rotta una mano (frattura scomposta alla base del quarto e quinto metacarpo della mano destra) anche se non avessi la lastra, perché quando cambia il tempo mi fa male. Saprei di essermela rotta ma non potrei essere sicura del come – la bicicletta, rosa, il cestino per le ciliegie, la ghiaia – penserei di saperlo.

So che quando ero piccola, molto piccola, sorridevo più spesso (foto, foto, foto). So che quasi tutte le foto le ha scattate mio padre (è dietro l’obiettivo, lo so). Penso di sapere che la cartella che ho usato dalla prima alla terza elementare era grigia, l’astuccio arancione, ma non ho fotografie né dell’una, né dell’altra cosa, solo la sensazione di avere desiderato qualcosa di diverso. Penso di sapere che una volta mi sono seduta in veranda e ho scritto una cosa che iniziava dicendo, il verde si muove, ma non l’ho più trovata e proprio per questo resto convinta che fosse bellissima. Penso di sapere che la prima volta che ho visto la casa in cui avremmo vissuto per così tanti anni sul muro della cameretta che sarebbe diventata la mia c’era un poster, una bambina bionda e sorridente, chissà.

So di avere avuto degli orecchini con dei pappagalli di legno blu (foto), so che avevo iniziato a scrivere pensando di parlare del grande prato che c’era dietro la casa dei miei genitori o forse penso solo di saperlo e non ricordo il motivo per cui fosse importante – in fondo non l’ho scritto, non l’ho fotografato e nessuno lo può certificare.

Lettera

A volte scrivere è come scendere in piazza e iniziare a fermare i passanti, posso raccontarti una cosa? E non aspettare neanche che ti rispondano e raccontargliela comunque. A volte scrivere è come entrare in una stanza dove non c’è nessuno, avvicinarsi alla scrivania (è una stanza con una scrivania), passare un dito sulla superficie per raccogliere la polvere, avere pudore delle proprie parole, uscire e chiudersi alle spalle la porta.

A volte scrivere è come uscire sul balcone e lanciare degli aeroplani di carta, nessuno resiste agli aeroplani di carta. Io, se mi trovassi a camminare sotto a un balcone e vedessi una persona che lancia aeroplani di carta, mi piazzerei lì a testa all’aria, forse addirittura cercherei di prenderne uno al volo, se fosse una giornata di sole, se fosse primavera, e un aeroplano di carta è un messaggio anche se dentro non c’è scritto niente, grazie persona che lancia gli aeroplani di carta. A volte scrivere è come sognare di dover fare una telefonata ma il telefono non si sblocca, non risponde ai comandi, il tempo stringe ma le tue dita invece no e il telefono sembra una saponetta, o forse sono gli occhi che si incrociano e si chiudono nei momenti sbagliati, e comunque ormai è troppo tardi per fare quella chiamata, magari nel prossimo sogno.

A volte scrivere è come suonare il citofono e tu mi rispondi e mi apri e io salgo le scale e ti trovo sulla soglia ad aspettarmi. A volte scrivere è come bussare fino a farsi male alle nocche e restare col dubbio – c’è nessuno? C’è qualcuno? Non vuoi aprire o non puoi aprire, vorresti ma non puoi? Potresti ma non vuoi?
A volte scrivere è una cosa che spinge, a volte è una cosa che tira – a volte scrivere è una cosa che strappa e a volte una cosa che cola – a volte scrivere è una cosa che esplode, a volte è un prurito, a volte una noia.

[immagine da WikiHow]

Disordine

[immagine da WikiHow]

Se perdi le parole dev’essere perché sei disordinata o sbadata. Non pensarci, se ci pensi troppo poi non le ritrovi. Lo dicono anche dell’amore, no? Lo troverai quando smetterai di cercarlo, dicono.

Non mi piace ammettere di essere disordinata, però lo sono: sono una persona ordinata imprigionata nel corpo di una persona disordinata, sono una persona che, di tanto in tanto, sente il bisogno di mettere tutto quanto a posto e quando sente questo bisogno lo asseconda e, per un po’, tutto è dove deve stare – nei cassetti, sugli scaffali della libreria, persino sulla scrivania – fino a quando non lo è più. Una persona che ci prova, a fare quella cosa di metti tutto a posto subito, così poi non ci pensi più, ma a volte mettere subito una cosa al suo posto richiede di spostarne altre, di cose, richiede una catena di azioni che mi fanno dire, va be’, adesso non posso, ci penso poi. Una persona che comunque, nel suo disordine, sa sempre dove sono le cose, che ha addirittura un file di Excel con le scadenze di ogni prodotto in dispensa – sono disordinata in superficie, ma è la superficie quella che si nota per prima.

Ogni tanto mi succedeva di perdere le parole. Si dice proprio così, perdere le parole, come se le parole fossero un mazzo di chiavi o un paio di occhiali, come se le parole fossero una cosa che tieni in tasca e quando la tasca si buca ti cadono per strada e, non facendo rumore, non te ne accorgi fino a quando non le vai a cercare. Come se le parole fossero una cosa che tiri fuori dalla borsa non appena arrivi a casa e le appoggi sempre nello stesso posto – così sono sicura di ritrovarle, ti dici – e invece capita che qualcuno te le sposta o una volta rientri di fretta e le metti da un’altra parte e quando ne hai bisogno non le trovi più.

Non mi piace ammettere di essere disordinata, e però lo sono: non sempre, non in tutto, e questo mi fa ancora più rabbia perché credo significhi che, se proprio volessi, potrei smettere di essere disordinata, creare un equivalente del sistema che uso per tenere in ordine i file sul computer per fare la stessa cosa nel cassetto delle calze, per esempio, adattare il calendario che mi creo per non bucare mai una consegna per ricordarmi di fare un po’ di ordine ogni giorno. Forse non sono disordinata, sono pigra; forse non sono disordinata, mi lascio sopraffare dagli oggetti.

Se non trovi qualcosa, continua a cercare: la casa non ruba, nasconde, ti ricordi dove l’hai vista l’ultima volta? Cosa stavi facendo quando sei entrata in casa? Prova a ripercorrere i tuoi passi. Prega Sant’Antonio, il santo delle cose perdute. Quando perdi qualcosa, la ritrovi dove meno te l’aspetti; quando perdi qualcosa, la ritrovi proprio nel posto dove pensavi di averla messa e chissà com’è che hai fatto a non vederla, quando l’hai cercata la prima volta. Quando perdi le parole, però, cosa devi fare? Dove le hai perse, quando, perché?

Non mi piace ammettere di essere disordinata: non è certo l’unica cosa che non mi piace di me, che non mi piace ammettere, ma forse è la più facile da cambiare. Le parole perdute le ritrovi in certi silenzi con le persone che ti vogliono bene, nei libri, usate da altri, per strada, nei sogni, al mercato, se ascolti.

Abbozzo

[immagine da WikiHow]

L’altro giorno ti ho raccontato un ricordo, non ha importanza quale ricordo fosse, è una storia piccola che non significa niente se non per noi che l’abbiamo vissuta, una di quelle storie di famiglia che, come tutte le storie di famiglia, viene ripetuta sempre allo stesso modo, usando le stesse parole, tanto che ci basta dirne una, ci basta dire, ti ricordi quella volta che, e subito ci mettiamo a raccontarla in coro.
Avevo, credo, cinque anni, e se penso cinque anni penso capelli un po’ lunghi, penso riga da una parte, penso elastico con le perline di legno, penso al vestito nero con i fiori bianchi e i bottoni a forma di margherita che ho nelle foto in cui mia sorella è piccolissima e io mi atteggio a persona grande, a persona responsabile, a persona su cui si può contare perché adesso c’è un’altra persona di cui prendersi cura e questa cosa del prendersi cura la prendo sul serio. Se penso cinque anni e penso tutte queste cose le penso a parole perché i ricordi non li vedo, o quasi – vedo la silhouette dei capelli, come se fosse un disegno, ma la faccia per esempio non riesco a vederla, e non è neanche che sia sfuocata come certe facce in certi sogni, è più come se quella bambina si muovesse in continuazione, come se i ricordi fossero più veloci del pensiero.

L’altro giorno ti ho raccontato un ricordo – eravamo seduti sul divano ma seduti storti, uno di fronte all’altra con le gambe incrociate, che comodo questo divano, ci stavamo dicendo, mentre parlavamo della giornata appena trascorsa – e dopo che ti ho raccontato il ricordo tu mi hai chiesto, ma come fai? E allora ti ho dovuto spiegare che non era un ricordo vero, sempre che esistano i ricordi veri, chissà cosa sono. Non mi ricordavo quel momento, quel momento che avevo vissuto quando avevo cinque anni e potevo avere o non avere i capelli un po’ lunghi, potevo avere o non avere la riga da una parte, potevo avere o non avere un elastico con le perline di legno e il vestito nero con i fiori bianchi e i bottoni a forma di margherita, ma mi ricordavo di tutte le volte che, quel momento, ce lo eravamo raccontati. Credo sia una cosa che si fa, raccontarsi le cose, in una famiglia, o forse è una cosa che si fa quando si è piccoli, riferirsi sempre a cose che sono successe, perché quando si è piccoli le cose che succedono ci lasciano un segno, un tratto a matita che ogni volta che ci raccontiamo diventa più scuro.

Ma come fai? Mi hai chiesto, e ti ho spiegato che non faccio e poi ho continuato a pensarci, perché più passa il tempo più il tempo mi sembra diverso: se sapessi disegnare e decidessi di raccontare la mia vita in un fumetto, l’infanzia sarebbe a matita e piena di dettagli – i volti realistici, le ombre piene, solo i contorni dei luoghi sarebbero appena più sfumati, come a spiegare che non so niente di quello che c’è fuori; l’adolescenza sarebbe a pennarello, pochi tratti decisi e violenti, piena di pagine strappate; dai venti ai trent’anni userei gli acquarelli, perché non sapevo più chi ero né chi sarei potuta diventare; dai trenta ai quaranta lascerei scivolare i colori su un’unica pagina lunga dieci anni, una pagina piena di città, di persone, di paesaggi, di porte chiuse che non riaprirò più – e io, una linea nera che scorre, che ogni tanto si ingarbuglia, una linea nera di china che inizia un po’ tremolante e e tra poco finisce e ha una casa, un divano, una faccia che ancora non so immaginare ma ha sempre la riga da parte, una linea che sa e che non sa dove andare.