Ci sarà tempo

Quello che succede è che per un anno rimandi il dolore, concedendotelo solo a piccole dosi. Ci sarà tempo, ti dici, ci sarà tempo – anche se inizi a interrogarti più del solito su cosa sia, questo tempo, che si ferma a ogni attesa. Rimandi il dolore e intanto immagini scenari catastrofici, anche se ben presto ti rendi conto che l’immaginazione è ingannevole, non arriva mai là dove arriva la realtà. Riesci persino a sperare, un paio di volte, a immaginare una linea temporale alternativa in cui, a un certo punto, le cose iniziano a filare per il verso giusto e torna a esserci un futuro.
Rimandi il dolore e rimandi la rabbia. È una rabbia diversa dal solito, è una rabbia bambina, che ti fa venire voglia di pestare i piedi e urlare, non è giusto, fino a quando non ti diventa rossa la faccia. Allo stesso tempo è una rabbia adulta, repressa, rivolta a qualcosa, qualcuno, un ingranaggio, un errore di sistema. Ma non c’è tempo neanche per la rabbia, ci può essere tempo solo per la tenerezza, che diventa la cosa più importante.

Quello che succede è che inizi a dividerti: c’è una parte di te che che si sente profondamente sola, che è sicura che nessuno abbia mai provato niente del genere, e infatti non esistono parole per comunicare quello che sta succedendo, ti accorgi che inizi a sostituirle coi gesti. Ti senti in una bolla, e sai bene cosa succede alle bolle, prima o poi: scoppiano. L’altra parte di te si sente profondamente in comunione con gli altri, tanto più il dolore si dirama; è un dolore, sì, privatissimo, ma è anche un dolore che si annoda a una rete di dolori che si stende sul passato, sul presente, sul futuro, una rete in cui è impossibile non restare impigliati. Ci sarà tempo, per provare dolore, ci sarà tempo, ti dici, adesso il tempo non c’è, neanche quando sembra fermo. Inizi a immaginartelo, a dargli una forma: un’onda che ti sommerge e ti affonda, un fulmine che ti colpisce e ti spezza, una vampa che ti accende e ti divora. Comunque qualcosa di istantaneo, qualcosa di improvviso, qualcosa che ti fa rinsaccare la testa tra le spalle.

Quello che succede è che impari una serie di gesti che mai avresti pensato di imparare eppure diventano subito così familiari, e non fai in tempo a impararli che sono già obsoleti, e ne devi imparare di nuovi. Leggi infiniti opuscoli e decaloghi, cosa succede quando si muore? E quando le accarezzi le mani cerchi di capirne la temperatura, perché di tempo non ce n’è più, neanche per la tenerezza, anche se la tieni negli occhi.

Quello che succede è che il momento più temuto non è diverso dagli altri: non c’è tempo, bisogna prendere il telefono e chiamare, chiamare, evitare giri di parole, non se n’è andata – non può andarsene, è lì ed è morta – non è in cielo, è nel suo letto ed è morta, non è che non c’è più, c’è ancora, la vedo cambiare colore ed è morta. Non fai in tempo a piangere che devi asciugare le lacrime, piangerò domani, proverò domani. Il momento più difficile sarà domani, ti dici, sarà il funerale, no, sarà aprire gli armadi, fare mucchietti delle sue cose, no, sarà tornare a Milano, no, sarà domani, di sicuro domani. Ci sarà tempo.

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#tenyearchallenge

[grazie a Clara per l’ispirazione]

Dieci anni fa scrivevo, spero di avere abbastanza tempo. Scrivevo, la sensazione di non avere tempo, di non avere abbastanza tempo, è una cosa che mi perseguita da qualche anno. Nel frattempo ne sono passati dieci, di anni, e quel da qualche anno mi fa sorridere e mi fa sorridere quanto prendessi tutto tremendamente sul serio.
Dieci anni fa erano le 17 e 36.
Dieci anni fa scrivevo, e potrei fermarmi qui.
Dieci anni fa pensavo che non sarei mai riuscita a fare un sacco di cose che poi invece ho fatto, ma non ho ancora capito quanto ho guadagnato e quanto ho perso e soprattutto cosa.
Dieci anni fa avevo i capelli lunghi, poi li ho tagliati, li ho tagliati, li ho tagliati, e adesso sono lunghi di nuovo. Dieci anni fa avevo un cappotto grigio e dei guanti a righe; i guanti a righe ce li ho ancora, ma non li metto mai. Dieci anni fa non lo so quanto ero diversa da come sono adesso, mi sembra non tantissimo ma forse sì. Mi piaccio più adesso di dieci anni fa, non perché sia migliorata dentro o fuori, ma perché in questi dieci anni ho imparato a pensare chissenefrega più spesso e con più convinzione.
Dieci anni fa la mia vita stava in un certo senso iniziando, ma non lo sapevo – pensavo di avere già vissuto un sacco, dieci anni fa, pensavo che mi fosse già successo tutto quello che mi doveva succedere. Che non voleva dire che non mi sarebbe più successo niente, anche dieci anni fa lo sapevo che sarebbero successe un sacco di cose, ma avevo paura che nessuna sarebbe stata importante come quelle che mi erano già successe. Dieci anni fa avevo ragione e avevo torto, fumavo sigarette e non tabacco e avevo un paio di All-Star viola che mettevo sempre. Dieci anni fa pensavo di essere vecchia, dieci anni dopo penso di essere in fondo ancora giovane. Dieci anni fa nevicava un sacco – almeno, penso che fossero dieci anni fa – ma d’altronde ha nevicato tanto anche sette anni fa, e otto, e allora non credo che abbia importanza. Dieci anni fa andavo spesso al cinema e pensavo, che bello sarebbe vivere a Milano e andare al cinema di pomeriggio, ma anche se vivo qui da un po’ non ci sono mai andata. Penso ancora che sarebbe bello, e prima o poi lo farò.
Dieci anni fa conoscendomi ogni tanto pensavo, tra dieci anni ne avrò quaranta, di anni, conoscendomi aggiungevo, se non muoio prima, conoscendomi prendevo un Tavor o due e fine del discorso. Dieci anni fa pensavo che dieci anni prima si stava meglio, anche se si stava peggio, ma adesso non ne sarei più così convinta.
Una persona che non conosco più non mi conosce più alle 17:35 mi scriveva, un giorno lo sarai, e quel giorno lo capirai, fosse anche fra dieci anni. Pronta, intendeva, e intanto quei dieci anni che dieci anni fa mi sembravano lontanissimi e impossibili sono passati e pronta ancora non lo sono.

Una cosa brutta

Alla fine però non mi hai mica mai detto cos’è successo, mi dice, si scusa, quasi, mi chiede, posso? Io cerco velocemente di ricordare, possibile che non gliel’abbia detto davvero? Mi sembra strano, ma dev’essere per forza così, non è una cosa che si dimentica.

* * *

Non sono brava a parlare di me. Scrivere è un’altra cosa, è una cosa diversa, che non significa che sia brava a scrivere di me ma che, a volte, mi viene più facile. Scrivere è un’altra cosa perché ci puoi girare intorno, alla cosa che vuoi raccontare – se lo fai parlando ti vengono gli occhi sfuggenti e le persone pensano male. Se scrivi, invece, gli occhi non si vedono o se si vedono fanno da specchio, così se leggi che mi è successa una cosa brutta inizi subito a pensare alle cose brutte che sono successe a te.

Mi è successa una cosa brutta. Se hai iniziato a pensare alle cose brutte che sono successe a te, mi dispiace. Se scrivi è anche più facile chiedere scusa. Scusa, non volevo farti pensare alle cose brutte che ti sono successe.

Dicevo: mi è successa una cosa brutta. No, non è importante cosa. Non mi è neanche successa davvero, in un certo senso, ma a questo punto girare intorno diventa difficile e allora la smetto qui. Anche perché non è della cosa brutta che voglio parlare, ma del modo in cui le persone reagiscono alle cose brutte che capitano agli altri; del modo in cui le persone hanno reagito alla cosa brutta che è capitata a me.

* * *

All’inizio, quando ti capita una cosa brutta, le persone sono fantastiche. Non tutte, probabilmente, però mi piace circondarmi di persone che reputo belle, e in effetti quando la cosa brutta è iniziata queste persone sono state molto gentili. Mi chiedevano, come stai? Mi chiedevano, posso fare qualcosa per te? Hai bisogno di una mano? Io non l’ho neanche mai chiesta, una mano, perché fare cose – che fossero andare a fare la spesa o lavorare a una consegna urgente – mi aiutava a non pensare alla cosa brutta che stava succedendo e preferivo così. Rispondere all’altra domanda, come stai, era un po’ più difficile, perché quando succede una cosa brutta stai male, ovvio, però poi succede anche una cosa strana, la vita va avanti e tu con lei e a volte magari arranchi, ma più spesso no. Poi, mentre non stai arrancando, te ne rendi conto con un certo stupore e ti senti anche in colpa – almeno, a me succedeva e succede così.

La cosa brutta che mi è capitata anche se non mi è proprio capitata ma comunque mi ha toccata molto da vicino è andata avanti per un po’, per qualche mese che è durato tantissimo, perché quando succede una cosa brutta il tempo, per quanto cerchi di riempirlo, non passa mai. In questo periodo, tra l’altro, la cosa brutta, che era già brutta quando era iniziata, è diventata prima bruttissima, poi terribile – insomma, se la cosa brutta fosse un piatto che ti cade in testa, la cosa brutta che mi è capitata anche se non mi è proprio capitata ma comunque mi ha toccata molto da vicino sarebbe un servizio di piatti (e non compattato dentro uno scatolone, ma un piatto alla volta). A un certo punto ho iniziato a sentire una cosa molto simile all’imbarazzo, quando le persone mi chiedevano, allora, va meglio? E io invece dovevo rispondere che no, anzi. E a sentirmi in colpa per il fatto di avere sentito una cosa molto simile all’imbarazzo.

* * *

Pensavo di avertelo detto, gli ho risposto, e poi gli ho raccontato cos’era successo. Mi rendo conto che quando lo racconto gesticolo ancora più del solito, c’è proprio tutta una serie di gesti che faccio e che vorrei evitare di fare.

* * *

Quando ti capita una cosa brutta, tipo la cosa brutta che mi è capitata anche se non mi è proprio capitata ma comunque mi ha toccata molto da vicino, ti capita di sentirti in una bolla. O come un pesce in un acquario, un pesce che vorrebbe dire delle cose alle persone che lo stanno guardando da fuori ma non ci riesce, perché da quella bocca di pesce escono solo delle bolle. Neanche questo esempio è giusto, perché a me dalla bocca uscivano parole, e mi sembrava anche che fossero le stesse parole che usano le altre persone, parole che fanno parte del loro vocabolario, ma mentre queste parole viaggiavano da me a loro si trasformavano in qualcosa d’altro. Forse le altre persone non sanno bene cosa dirmi, ho pensato. Forse non hanno voglia di sentire parlare di cose brutte, proprio per quel fatto che le cose brutte che succedono agli altri ci fanno pensare alle cose brutte che sono successe a noi – e, peggio ancora, a quelle che ci potrebbero succedere. Forse sono io che non mi faccio capire.

* * *

Una cosa brutta che mi è successa è che ho disimparato a parlare.

Foto, foto, foto

La memoria è fatta di cose che so e di cose che penso di sapere e di cose che non capisco bene in quale cassetto stanno. Le cose che so sono quelle che hanno le prove, che hanno lasciato un segno: so che in seconda media ho tagliato i capelli più corti da una parte e più lunghi dall’altra perché c’è una fotografia che lo dimostra. So che sono andata a vedere i Nirvana nel 1994 perché ho ancora il biglietto in una bustina di plastica. So di tutte le volte che mi sono rotta un osso perché ho (oppure ho avuto) le corrispettive lastre. So di avere avuto un cane (foto). So di avere avuto quattro gatti (foto, foto, foto, foto). So di avere scritto alcune lettere perché posso leggere le risposte. So di essere stata brava in inglese e in italiano per via delle pagelle, so di essere stata innamorata di un certo numero di persone, quelle di cui ho scritto il nome sui libri di scuola, le iniziali sui diari. So di avere tentato il suicidio (referti, carte), so di avere ricevuto in prestito un certo libro e di non averlo mai restituito – è sugli scaffali della libreria – e so di avere desiderato ogni volta che quella dedica fosse per me, anche se non so chi l’abbia scritta e in questo momento nemmeno la ricordo.

Penso di sapere che dietro la casa dei miei genitori c’era un grande prato diviso in tre parti da due stradine, penso di sapere che a volte, non so quanto spesso, ci andavamo – mio padre, mia sorella, il cane; penso di saperlo ma non lo so, non ne ho le prove, anche se ti ho raccontato questa cosa indicando il parcheggio al posto del prato, aspettandomi quasi, da un momento all’altro, di vedere spuntare il verde dell’erba, i ranuncoli gialli. Saprei di essermi rotta una mano (frattura scomposta alla base del quarto e quinto metacarpo della mano destra) anche se non avessi la lastra, perché quando cambia il tempo mi fa male. Saprei di essermela rotta ma non potrei essere sicura del come – la bicicletta, rosa, il cestino per le ciliegie, la ghiaia – penserei di saperlo.

So che quando ero piccola, molto piccola, sorridevo più spesso (foto, foto, foto). So che quasi tutte le foto le ha scattate mio padre (è dietro l’obiettivo, lo so). Penso di sapere che la cartella che ho usato dalla prima alla terza elementare era grigia, l’astuccio arancione, ma non ho fotografie né dell’una, né dell’altra cosa, solo la sensazione di avere desiderato qualcosa di diverso. Penso di sapere che una volta mi sono seduta in veranda e ho scritto una cosa che iniziava dicendo, il verde si muove, ma non l’ho più trovata e proprio per questo resto convinta che fosse bellissima. Penso di sapere che la prima volta che ho visto la casa in cui avremmo vissuto per così tanti anni sul muro della cameretta che sarebbe diventata la mia c’era un poster, una bambina bionda e sorridente, chissà.

So di avere avuto degli orecchini con dei pappagalli di legno blu (foto), so che avevo iniziato a scrivere pensando di parlare del grande prato che c’era dietro la casa dei miei genitori o forse penso solo di saperlo e non ricordo il motivo per cui fosse importante – in fondo non l’ho scritto, non l’ho fotografato e nessuno lo può certificare.

Lettera

A volte scrivere è come scendere in piazza e iniziare a fermare i passanti, posso raccontarti una cosa? E non aspettare neanche che ti rispondano e raccontargliela comunque. A volte scrivere è come entrare in una stanza dove non c’è nessuno, avvicinarsi alla scrivania (è una stanza con una scrivania), passare un dito sulla superficie per raccogliere la polvere, avere pudore delle proprie parole, uscire e chiudersi alle spalle la porta.

A volte scrivere è come uscire sul balcone e lanciare degli aeroplani di carta, nessuno resiste agli aeroplani di carta. Io, se mi trovassi a camminare sotto a un balcone e vedessi una persona che lancia aeroplani di carta, mi piazzerei lì a testa all’aria, forse addirittura cercherei di prenderne uno al volo, se fosse una giornata di sole, se fosse primavera, e un aeroplano di carta è un messaggio anche se dentro non c’è scritto niente, grazie persona che lancia gli aeroplani di carta. A volte scrivere è come sognare di dover fare una telefonata ma il telefono non si sblocca, non risponde ai comandi, il tempo stringe ma le tue dita invece no e il telefono sembra una saponetta, o forse sono gli occhi che si incrociano e si chiudono nei momenti sbagliati, e comunque ormai è troppo tardi per fare quella chiamata, magari nel prossimo sogno.

A volte scrivere è come suonare il citofono e tu mi rispondi e mi apri e io salgo le scale e ti trovo sulla soglia ad aspettarmi. A volte scrivere è come bussare fino a farsi male alle nocche e restare col dubbio – c’è nessuno? C’è qualcuno? Non vuoi aprire o non puoi aprire, vorresti ma non puoi? Potresti ma non vuoi?
A volte scrivere è una cosa che spinge, a volte è una cosa che tira – a volte scrivere è una cosa che strappa e a volte una cosa che cola – a volte scrivere è una cosa che esplode, a volte è un prurito, a volte una noia.

[immagine da WikiHow]